Il tentativo di procrastinare l’ennesima mazzata alle tasche degli italiani è riuscito.
Il Governo Letta (o Berlusconi ?) è riuscito nell’intento di evitare l’aumento dell’IVA (dal 21 al 22%) rimandandolo di un paio di mesi spostando, di fatto, il problema a dopo l’estate.
Fermo restando che si tratta di una manovra recessiva, è ormai assodato che questa decisione provocherà ancora una volta una riduzione del gettito, così come fu per il precedente aumento; lo Stato italiano seguita così a navigare a vista, fra l’illusione di un “favore” fatto ai suoi cittadini e la convinzione falsa che uno straccio di ripresa sia possibile.
Non è certo questo quello che serve al paese, ma la menzogna continua a diffondersi senza possibilità di mettere al centro della discussione il vero problema, cioè l’euro e i trattati europei. Gli stessi incentivi per l’occupazione, che secondo l’esecutivo potrebbero creare 200 mila posti di lavoro nei prossimi 18 mesi sembrano un tentativo di chi arriva stremato vicino alla fine e forse inizia a rendersi conto che il tessuto produttivo italiano sta collassando.
Potrebbe sembrare demagogico, ma parlando con gli imprenditori ci si rende conto di quali siano le loro reali necessità, si avverte il senso di avvilimento di fronte alle istituzioni che appaiono sempre di più sorde, si scopre come il problema non sia il costo del lavoratore se l’azienda chiude.
Quali saranno, quindi, i posti di lavoro creati?
Se un’azienda perde commesse perché si ritrova con una moneta sopravvalutata del 30% ed è costretta a chiudere a cosa le servono incentivi per le assunzioni? Poi, per l’ennesima volta, ci siamo resi conto di come le riforme del Governo Monti (lavoro, pensioni) siano state non solo frettolose ma profondamente errate.
Ma più di questo si avverte forte il bisogno di un dibattito pubblico serio e concreto sulle strategie da adottare perché di fronte a noi si presentano solo due strade: la prima, se vogliamo rimanere in questa Europa, ci obbliga necessariamente a ridiscutere i trattati, far sentire la nostra voce e cercare di uscire dai vincoli stringenti (e assassini) che ci stanno sgretolando; la seconda è decidere come e quando abbandonare il progetto dell’euro, dal sapore vagamente fascista, riprendendoci la sovranità monetaria e rimettendo di conseguenza la Banca centrale italiana a disposizione del Governo per potersi rifinanziare e rimettere in moto il tanto caro “sistema paese”.
Naturalmente tutto questo è puro vagheggiamento, i politici attuali non solo si dimostrano incapaci e strenuamente “euristi” ma contribuiscono ad alimentare un inquietante interrogativo: sono in grado, secondo voi, di gestire in modo coordinato un’uscita dell’Italia da questa trappola?
Secondo me no, nel modo più assoluto.
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giovedì 27 giugno 2013
martedì 16 aprile 2013
"Le riforme strutturali"
Chi si è preso la briga di leggere un giornale negli ultimi giorni si è potuto rendere conto che il termine "riforme strutturali" è apparso come un mantra ogni 2/3 concetti. Confindustria si riunisce e, oltre ai giusti avvertimenti sullo stato morente delle imprese italiane, auspica a gran voce che l'Italia si munisca quanto prima di un governo e poi inizi (o prosegua) le "riforme strutturali". Il Presidente della BCE Draghi, ammonendo le condizioni bancarie degli stati-canaglia, auspica le "riforme strutturali". Bene, mi son detto, cosa si cela sotto le "riforme strutturali"?.
Per rispondere a questa domanda è necessario un brevissimo excursus sulla situazione italiana attuale. A fronte di un economia che recede ci troviamo con la stretta creditizia (le banche non erogano prestiti per il legittimo timore che questi non possano essere onorati), una tassazione che ha raggiunto livelli molto alti (si stima al 52%), un mercato del lavoro fermo (aziende che chiudono, aziende che NON aprono, posti di lavoro persi) e senza un governo (ma questo potrebbe anche non essere dannoso).
L'Italia versa in una condizione più grave di quello che sembra e l'immagine che i media ci forniscono è evidentemente edulcorata per ragioni politiche e lobbistiche; la situazione è in rapido peggioramento e una via d'uscita non si vede, e allora quali sono le "riforme strutturali" che ci vorrebbero imporre?
In parte erano contenute nella famosa lettera dell'estate 2011 che imponeva di rientrare entro determinati parametri e sopratutto consigliava un cambio di rotta delle politiche interne che il governo Berlusconi non aveva intrapreso. Così la BCE commissionò il nostro paese e il Presidente della Repubblica accettò questo piccolo "colpo di stato" dando l'Italia in mano a Monti (comunque, non scordiamocelo, con il voto dei conniventi ovvero dei partiti, destra e sinistra). Monti riuscì nell'impresa di raffreddare gli attacchi speculativi nei confronti dell'Italia e l'immagine del nostro paese ritornò ad essere splendente, una credibilità finalmente riconquistata.
Ma le cose non stanno proprio così.
Monti e le riforme strutturali, dunque; ad esempio la riforma del lavoro.
In Germania, dove si vantano di avere un mercato del lavoro efficiente e moderno, esistono contratti detti "mini-job" pagati 3-4 euro all'ora, de-tassati quasi totalmente, è vero, ma privi di alcuni requisiti basilari per i quali i nostri sindacati si sono adoperati negli anni d'oro (non certo adesso) come ad esempio la retribuzione di ferie e malattie. In Germania contratti di questo tipo sono stati osteggiati dai sindacati e avversi ai lavoratori ma tant'è, se ne sono fatti una ragione e oggi più di 7 milioni di lavoratori subiscono questo contratto di lavoro.
E' questo che vorrebbero introdurre da noi?
Probabilmente si, la leva del costo del lavoro è una di quelle opzioni che in economia esiste e viene utilizzata quando altri strumenti (ad esempio la svalutazione monetaria) non possono essere utilizzati (o per ragioni inflazionistiche o perché la moneta non è sovrana come nel nostro caso). Di conseguenza si vorrebbe introdurre anche in Italia la possibilità di contrattare un lavoro a 400€ mensili senza assistenza e senza prospettiva al fine di abbassarne il costo. Le aziende hanno già iniziato un processo di "ricambio generazionale" che consiste nel licenziare in maniera più o meno ortodossa dipendenti con anzianità per sostituirli con nuovi assunti a salari decisamente più bassi; è questo quello che vogliamo? La cessione di democrazia iniziata con la moneta e proseguita negli ultimi anni con politiche di austerità esasperata continua nell'ottica di rimanere agganciati ad un'Europa al collasso dal punto di vista economico e a breve anche produttivo; vogliamo davvero continuare a girare su questa giostra?
Le riforme strutturali passano anche per altri settori, alcuni giusti come la revisione dei costi della politica, della burocrazia e della corruzione, ma anche attraverso tagli alla spesa sociale, alle strutture sanitarie, alle forze dell'ordine, alle scuole ovvero a tutti quei pilastri che sono il sostegno di uno stato funzionale dove il cittadino è assistito dallo Stato, dove il contributo in termini di tasse e balzelli serve per migliorare la vita dei cittadini, dove un'istruzione di alto livello forma persone di alto livello.
Invece i nostri tributi, più di metà di quello che percepiamo per il nostro lavoro, finisce a colmare un deficit di bilancio dello stato che deve essere riempito altrimenti non possiamo più continuare a stare dentro l'euro e ci cacciano fuori.
Bello vero?
Andrea Visconti
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