Pubblico l'introduzione ad un breve ebook in fase di ultimazione che dopo l'estate renderò disponibile sul mio blog e su Democrazia e Sovranità.
"Capire la natura di questa crisi economica, deflagrata nel 2007 ma covata da un decennio e tuttora presente, è di fondamentale importanza per interpretare correttamente le informazioni che ogni giorni ci pervengono, seppur con reticenza, dai mezzi di comunicazione. Capire la vera natura della moneta unica, l’euro, che tanti benefici doveva portare e che si è dimostrata, come ampiamente previsto, uno strumento di vantaggio dei forti (come la Germania) verso i deboli (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Slovenia, Cipro) o verso i concorrenti temibili (Italia soprattutto ma anche Francia).
Dobbiamo soffermarci subito sul concetto politico dell’euro perché è questa la sua vera natura; la necessità di accrescere la propria economia, consumata da un decennio di spesa pubblica, ha portato la politica tedesca a essere detentrice del destino dell’Europa, aggregando nazioni diverse per economia, cultura, politiche sociali, contributive e delle pensioni, oltre che educative sotto la bandiera del “più Europa”, slogan molto in voga ancora oggi; il bisogno di paesi che si sentono “inferiori” di poter partecipare al gioco ha contribuito a spingere economie deboli ad agganciarsi ad una moneta troppo forte che se in una prima fase ha contribuito ad espandere (ma principalmente dal lato del debito privato, come vedremo) nella seconda parte ha portato, come nei più classici casi da ciclo di Frenkel, ad un collasso dell’economia del paese sotto il peso della sussistenza e strozzate dal meccanismo del finanziamento sui mercati, attraverso l’emissione di titoli di Stato, che ha comportato un aumento dei tassi d’interesse che in regime di cambio fisso non possono essere sostenuti quando l’economia si aggrava in seguito ad uno shock (la bolla finanziaria americana e il fallimento della più grande banca d’investimento, la Lehmann).
Il desiderio di non essere inferiori ma anzi protagonisti, intravedere il prestigio politico personale a scapito di una seria valutazione economica dei vantaggi o degli svantaggi (peraltro ben chiari fin da subito), la garanzia di benessere e prosperità: tutto questo ha contribuito ad accrescere la necessità dei principali partner europei della Germania di seguirla nel tunnel della moneta unica, commettendo una serie di errori che in questo momento, a fronte di una sicura frammentazione del progetto, potrebbero costare caro in termini elettorali (e lo scrivo ben conscio della capacità “doppiogiochista” dei nostri leader e la memoria sempre eccessivamente corta dell’elettore nostrano): in primo luogo il progetto non è stato spiegato ai cittadini in maniera equilibrata, non si sono evidenziati i problemi che si sarebbero venuti a creare di fronte a un’eventuale (e quanto mai concepibile) crisi economico-finanziaria, si sono voluti enfatizzare solo gli aspetti propagandistici del progetto euro tralasciando quelli concreti, e i perché di certe scelte/imposizioni (il cambio lira/euro, ad esempio, continua a essere tema di discussione, la maggior parte delle volte senza aver chiara la questione); in secondo luogo i trattati sono stati accettati senza batter ciglio, accogliendo le strane imposizioni dell’Europa (cioè della Germania) che tutt’ora si configurano come autentiche “spade di Damocle” sulla testa nostra e sul nostro futuro; non conoscendone appieno il contenuto non deve sorprendere sentir frotte di politici (principalmente di estrazione progressista) riferire che dall’euro non si può uscire, quindi irreversibile, ignorando volontariamente (auspichiamo) sia alcuni passaggi del trattato di Lisbona (complemento a quello di Maastricht) sia dei trattati internazionali di Vienna.
E’ ovvio, in un paese che ha dimostrato di avere una classe politica inefficiente e menzognera, che il percorso intrapreso per aderire a quest’unione monetaria per loro non si può troncare, perché smisuratamente si sono esposti e troppo si sono lasciati prendere a schiaffi sui palcoscenici internazionali, rappresentando un paese che non merita di essere trattato con scherno, che non ha mai avuto dei figuranti credibili e soprattutto autoritari (e non autorevoli, come l’ex Presidente Monti).
Ma l’euro non è solo strumento tedesco, esso rappresenta un’incredibile opportunità di guadagno per le grandi aziende che possono giocare al ribasso sui salari, avvallando questa manovra con la scusa della scarsa produttività, oppure per proteggere le banche da azzardi finanziari, riversando poi le perdite sui propri correntisti come nel caso del crack di Cipro."
Andrea Visconti
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giovedì 18 luglio 2013
lunedì 8 luglio 2013
L'euro-imbroglio e la necessità di riavere i propri diritti
Il fallimento dell'euro è ormai cosa assodata.
Da qualsiasi parte si osservi non si può fare a meno di constarne il declino, inesorabilmente accentuato dallo shock finanziario che ne ha smascherati i lati oscuri. L'ingresso in quest’unione doveva portare stabilità, concorrenza e permettere allo Stato di approfittarne in termini di riduzione dal lato della spesa per interessi e di un'unione a livello di ordinamento (economica, bancaria, sociale) che sono i capisaldi affinché un'unica moneta possa esistere e prosperare.
Bene, tutto questo non c'è stato e mai ci sarà.
Il cosiddetto "dividendo dell'euro" non solo non è stato raccolto ma si è rivelato ben altra cosa, portando sul lastrico le economie che non potevano sopravvivere a un cambio rigido, che mal si sposava con le diverse realtà economiche dei singoli Stati. Il dramma che stiamo vivendo assomiglia a un’enorme suggestione, un regno delle promesse non mantenibili, un grosso limbo dove si arranca per cercare una soluzione che non esiste.
Se si analizza la condizione di alcuni paesi, quelli maggiormente colpiti dalla recessione, che appartengono alla fascia mediterranea dell'Europa ci si accorge di come la favola del centro che corteggia la periferia sia una tragica storia d'amore che uccide le economie deboli a scapito di quelle egemoni. Il meccanismo che si cela dietro all'euro è politico prima di tutto, e per questo motivo si rivela nocivo per i popoli ma molto redditizio per il potere e le lobby ad esso connesse; il tentativo di ricostruire economicamente il paese che più aveva pagato in termini politici (la Germania dopo l'annessione della parte orientale) ha finito per disintegrare il tessuto economico (e a brevissimo anche quello sociale) di coloro che si sono tuffati in questa avventura dagli esiti scontati con tanto entusiasmo, sia per convenienza che per prestigio.
Ma sarebbe riduttivo addossare tutte le colpe ai governi tedeschi perché questa è una crisi che nasce da lontano, dalla fine degli anni 70, quando le classi dirigenti hanno iniziato a farsi ammaliare dal potere e dal denaro generato dalla finanza, spingendo le economie mondiali verso un tragitto di deregolamentazione dei mercati e la libera circolazione dei capitali. Queste politiche hanno portato nel giro di pochi anni alla creazione di quel sistema che oggi dobbiamo continuare a finanziare e del quale pagheremo per chissà quanto tempo le conseguenze.
La classe dirigente italiana, poi, non si è mai sottratta all'influenza esterna, storicamente documentata da una serie impressionante di scelte che ci hanno resi schiavi di qualcuno, incessantemente.
La separazione (divorzio) fra la Banca d'Italia e il Ministero del Tesoro ne è un esempio classico. La decisione di svincolare il finanziamento delle attività dello Stato si è rivelata il punto più alto di una scellerata inclinazione a considerare i mercati più importanti dei propri cittadini, facendo lievitare il debito pubblico dal lato della spesa per interessi; i grafici lo dimostrano, l'esplosione del nostro debito pubblico è avvenuta in concomitanza con questa decisione tanto cara all'allora Governatore di Bankitalia Carlo Azelio Ciampi, uno dei "padri nobili" dell'euro, con buona pace dei socialisti e dello Stato sprecone e improduttivo.
Non ci si può più nascondere dietro alla necessità di riforme strutturali, che nessuno nega siano necessarie, ma non possono essere soggette a vincoli esterni, non devono essere imposte da organizzazioni europee o internazionali che agiscono in base a logiche puramente legate agli interessi di pochi a scapito di molti. Il Fondo Monetario Internazionale, che da poco ha ammesso l'inefficacia e gli errori commessi nella "cura" alla Grecia, vorrebbe entrare nel merito dei provvedimenti del nostro Governo, imporre la politica economica e sociale, dettare l'agenda ai nostri amministratori, come se già da soli non fossero capaci di macroscopici errori.
L'ostinazione nel considerare necessario questo vincolo sta portando l'Italia verso la fine di un baratro dove ad aspettarla c'è un altro baratro, ancora più profondo.
Riacquistare la sovranità monetaria e decisionale è fondamentale non solo per noi ma anche per gli altri paesi ridotti in stracci dal desiderio egemone tedesco e dall’assurda convinzione di poter trarre una qualche forma di profitto da questa Europa.
L'euro ha fallito sotto tutti gli aspetti, ha condotto i paesi deboli a indebitare i propri popoli per poi indebitarsi lui stesso, in una spirale recessiva senza precedenti; il meccanismo di aiuti della BCE (OMT) non è mai entrato in funzione perché i vincoli che impone sono insostenibili, economie debilitate e sull'orlo del collasso non possono permettersi le direttive europee salvo poi pagarle a caro prezzo.
La politica è l'arte del possibile, il punto di non ritorno si avrà nel momento in cui i governanti si renderanno conto che consumare la menzogna sarà più pericoloso che ammettere la sconfitta.
La condizione di un paese importante come la Francia è critica, e peggiora di mese in mese; la speranza che il forte nazionalismo transalpino possa salvare l'Europa è concreta, ma se non saranno loro a far collassare il diabolico meccanismo sarà un altro paese, uno dei tanti che procede spediti verso il loro crollo.
Da qualsiasi parte si osservi non si può fare a meno di constarne il declino, inesorabilmente accentuato dallo shock finanziario che ne ha smascherati i lati oscuri. L'ingresso in quest’unione doveva portare stabilità, concorrenza e permettere allo Stato di approfittarne in termini di riduzione dal lato della spesa per interessi e di un'unione a livello di ordinamento (economica, bancaria, sociale) che sono i capisaldi affinché un'unica moneta possa esistere e prosperare.
Bene, tutto questo non c'è stato e mai ci sarà.
Il cosiddetto "dividendo dell'euro" non solo non è stato raccolto ma si è rivelato ben altra cosa, portando sul lastrico le economie che non potevano sopravvivere a un cambio rigido, che mal si sposava con le diverse realtà economiche dei singoli Stati. Il dramma che stiamo vivendo assomiglia a un’enorme suggestione, un regno delle promesse non mantenibili, un grosso limbo dove si arranca per cercare una soluzione che non esiste.
Se si analizza la condizione di alcuni paesi, quelli maggiormente colpiti dalla recessione, che appartengono alla fascia mediterranea dell'Europa ci si accorge di come la favola del centro che corteggia la periferia sia una tragica storia d'amore che uccide le economie deboli a scapito di quelle egemoni. Il meccanismo che si cela dietro all'euro è politico prima di tutto, e per questo motivo si rivela nocivo per i popoli ma molto redditizio per il potere e le lobby ad esso connesse; il tentativo di ricostruire economicamente il paese che più aveva pagato in termini politici (la Germania dopo l'annessione della parte orientale) ha finito per disintegrare il tessuto economico (e a brevissimo anche quello sociale) di coloro che si sono tuffati in questa avventura dagli esiti scontati con tanto entusiasmo, sia per convenienza che per prestigio.
Ma sarebbe riduttivo addossare tutte le colpe ai governi tedeschi perché questa è una crisi che nasce da lontano, dalla fine degli anni 70, quando le classi dirigenti hanno iniziato a farsi ammaliare dal potere e dal denaro generato dalla finanza, spingendo le economie mondiali verso un tragitto di deregolamentazione dei mercati e la libera circolazione dei capitali. Queste politiche hanno portato nel giro di pochi anni alla creazione di quel sistema che oggi dobbiamo continuare a finanziare e del quale pagheremo per chissà quanto tempo le conseguenze.
La classe dirigente italiana, poi, non si è mai sottratta all'influenza esterna, storicamente documentata da una serie impressionante di scelte che ci hanno resi schiavi di qualcuno, incessantemente.
La separazione (divorzio) fra la Banca d'Italia e il Ministero del Tesoro ne è un esempio classico. La decisione di svincolare il finanziamento delle attività dello Stato si è rivelata il punto più alto di una scellerata inclinazione a considerare i mercati più importanti dei propri cittadini, facendo lievitare il debito pubblico dal lato della spesa per interessi; i grafici lo dimostrano, l'esplosione del nostro debito pubblico è avvenuta in concomitanza con questa decisione tanto cara all'allora Governatore di Bankitalia Carlo Azelio Ciampi, uno dei "padri nobili" dell'euro, con buona pace dei socialisti e dello Stato sprecone e improduttivo.
Non ci si può più nascondere dietro alla necessità di riforme strutturali, che nessuno nega siano necessarie, ma non possono essere soggette a vincoli esterni, non devono essere imposte da organizzazioni europee o internazionali che agiscono in base a logiche puramente legate agli interessi di pochi a scapito di molti. Il Fondo Monetario Internazionale, che da poco ha ammesso l'inefficacia e gli errori commessi nella "cura" alla Grecia, vorrebbe entrare nel merito dei provvedimenti del nostro Governo, imporre la politica economica e sociale, dettare l'agenda ai nostri amministratori, come se già da soli non fossero capaci di macroscopici errori.
L'ostinazione nel considerare necessario questo vincolo sta portando l'Italia verso la fine di un baratro dove ad aspettarla c'è un altro baratro, ancora più profondo.
Riacquistare la sovranità monetaria e decisionale è fondamentale non solo per noi ma anche per gli altri paesi ridotti in stracci dal desiderio egemone tedesco e dall’assurda convinzione di poter trarre una qualche forma di profitto da questa Europa.
L'euro ha fallito sotto tutti gli aspetti, ha condotto i paesi deboli a indebitare i propri popoli per poi indebitarsi lui stesso, in una spirale recessiva senza precedenti; il meccanismo di aiuti della BCE (OMT) non è mai entrato in funzione perché i vincoli che impone sono insostenibili, economie debilitate e sull'orlo del collasso non possono permettersi le direttive europee salvo poi pagarle a caro prezzo.
La politica è l'arte del possibile, il punto di non ritorno si avrà nel momento in cui i governanti si renderanno conto che consumare la menzogna sarà più pericoloso che ammettere la sconfitta.
La condizione di un paese importante come la Francia è critica, e peggiora di mese in mese; la speranza che il forte nazionalismo transalpino possa salvare l'Europa è concreta, ma se non saranno loro a far collassare il diabolico meccanismo sarà un altro paese, uno dei tanti che procede spediti verso il loro crollo.
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giovedì 20 giugno 2013
Da chi vogliamo farci colonizzare?
La terribile crisi che imperversa in Italia morde le caviglie anche di chi era considerato un imprenditore “virtuoso”, non nel senso del rigore ma dei suoi risultati economici.
Le aziende cedono il passo a un sistema banditesco messo in atto attraverso la creazione di un’area non ottimale ma funzionale al bisogno di pochi a scapito di molti. Il G8 di questi giorni ha confermato che la visione politica di una seria riflessione sui problemi europei non c’è, la possibilità che qualcosa cambi è ancora e solamente legata alla velocità con cui paesi più valenti (o nazionalisti) del nostro precipiteranno verso il baratro, fino al rischio di tensioni sociali incontrollabili.
E’ bene porre l’accento sul fatto che l’eventualità di un intervento massiccio della FED sui mercati dei titoli di Stato europei manifesta le vere intenzioni, che si sposano con la possibilità di allentare i vincoli sugli scambi commerciali fra i due continenti.
Se da un lato questa notizia può essere accolta con interesse dai paesi del Sud (dove, molto probabilmente, avverrebbe il maggior numero di acquisiti dettati dai rendimenti più elevati) dall’altro ci si accorge che l’incognita di rimanere ancora di più intrappolati in questo euro si renda concreto.
E’ naturale che gli USA, a fronte di un massiccio acquisto di debito, vogliano in cambio determinate garanzie sulla tenuta della moneta unica, esattamente come la Germania ha fatto quando ha spinto per la rigidità del cambio; un pericolo svalutazione (come quello ipotizzabile dell’Italia intorno al 20-25% in caso di eurexit) non può essere contemplato. A questo si aggiunge una considerazione puramente economica, da chi conviene farsi “colonizzare”, dagli Stati Uniti o dalla Germania?
L’esperienza con suddetto “partner” europeo l’abbiamo già saggiata e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, ma quella con gli USA potrebbe essere anche peggiore; chi parla di “piano Marshall” del terzo millennio non sa evidentemente cosa dice, qui non si tratta di un aiuto post-bellico, non c’è da ricostruire un continente dal punto di vista infrastrutturale ma da un punto di vista economico e nazionale. Gli Stati devono essere aiutati nel completare un processo, che appare già in movimento, di riacquisizione dei propri diritti sanciti dalle rispettive Costituzioni, devono riprendersi la sovranità monetaria e ritornare ad adattare la propria economia disegnandola in base al proprio tessuto produttivo.
Nel caso in cui i debitori (quindi i padroni del nostro destino) diventassero gli Stati Uniti, la pressione per la liberalizzazione degli scambi commerciali diventerebbe incessante. La potenza di fuoco sui mercati sarebbe molto più grande di quella del Giappone, dove gli effetti della prima parte dell’Abenomics stanno dando segnali di rallentamento (fisiologico e forse provocato); dobbiamo davvero continuare ad alimentare la convinzione che l’unica forma di finanziamento è quella del collocamento sui mercati dei nostri titoli o forse varrebbe la pena ricominciare la stesura di un pensiero economico che metta in discussione l’autonomia delle Banche centrali dei singoli Stati?
Vogliamo davvero portare in territorio negativo i tassi sui depositi in BCE per ottenere un nuovo incremento di debito nei paesi dell’Europa meridionale (i capitali non sarebbero immobilizzati ma reinvestiti nell’acquisto di titoli di Stato ad alto rendimento, non certo utilizzati per finanziare le banche né tantomeno le attività produttive)?
Le aziende cedono il passo a un sistema banditesco messo in atto attraverso la creazione di un’area non ottimale ma funzionale al bisogno di pochi a scapito di molti. Il G8 di questi giorni ha confermato che la visione politica di una seria riflessione sui problemi europei non c’è, la possibilità che qualcosa cambi è ancora e solamente legata alla velocità con cui paesi più valenti (o nazionalisti) del nostro precipiteranno verso il baratro, fino al rischio di tensioni sociali incontrollabili.
E’ bene porre l’accento sul fatto che l’eventualità di un intervento massiccio della FED sui mercati dei titoli di Stato europei manifesta le vere intenzioni, che si sposano con la possibilità di allentare i vincoli sugli scambi commerciali fra i due continenti.
Se da un lato questa notizia può essere accolta con interesse dai paesi del Sud (dove, molto probabilmente, avverrebbe il maggior numero di acquisiti dettati dai rendimenti più elevati) dall’altro ci si accorge che l’incognita di rimanere ancora di più intrappolati in questo euro si renda concreto.
E’ naturale che gli USA, a fronte di un massiccio acquisto di debito, vogliano in cambio determinate garanzie sulla tenuta della moneta unica, esattamente come la Germania ha fatto quando ha spinto per la rigidità del cambio; un pericolo svalutazione (come quello ipotizzabile dell’Italia intorno al 20-25% in caso di eurexit) non può essere contemplato. A questo si aggiunge una considerazione puramente economica, da chi conviene farsi “colonizzare”, dagli Stati Uniti o dalla Germania?
L’esperienza con suddetto “partner” europeo l’abbiamo già saggiata e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, ma quella con gli USA potrebbe essere anche peggiore; chi parla di “piano Marshall” del terzo millennio non sa evidentemente cosa dice, qui non si tratta di un aiuto post-bellico, non c’è da ricostruire un continente dal punto di vista infrastrutturale ma da un punto di vista economico e nazionale. Gli Stati devono essere aiutati nel completare un processo, che appare già in movimento, di riacquisizione dei propri diritti sanciti dalle rispettive Costituzioni, devono riprendersi la sovranità monetaria e ritornare ad adattare la propria economia disegnandola in base al proprio tessuto produttivo.
Nel caso in cui i debitori (quindi i padroni del nostro destino) diventassero gli Stati Uniti, la pressione per la liberalizzazione degli scambi commerciali diventerebbe incessante. La potenza di fuoco sui mercati sarebbe molto più grande di quella del Giappone, dove gli effetti della prima parte dell’Abenomics stanno dando segnali di rallentamento (fisiologico e forse provocato); dobbiamo davvero continuare ad alimentare la convinzione che l’unica forma di finanziamento è quella del collocamento sui mercati dei nostri titoli o forse varrebbe la pena ricominciare la stesura di un pensiero economico che metta in discussione l’autonomia delle Banche centrali dei singoli Stati?
Vogliamo davvero portare in territorio negativo i tassi sui depositi in BCE per ottenere un nuovo incremento di debito nei paesi dell’Europa meridionale (i capitali non sarebbero immobilizzati ma reinvestiti nell’acquisto di titoli di Stato ad alto rendimento, non certo utilizzati per finanziare le banche né tantomeno le attività produttive)?
giovedì 6 giugno 2013
A chi conviene la Lettonia?
La Lettonia, piccolo paese con poco più di due milioni di abitanti, si prepara a quanto pare a diventare il 18° paese dell’Unione Europea ad adottare l’euro dal 1° gennaio 2014, rimpiazzando così il Lats lettone.
Con un Pil di circa 30 miliardi di euro la Lettonia presenta alcune analogie con altri paesi della zona euro, soprattutto con Cipro.
I depositi bancari di non residenti ammontano a circa sette miliardi di euro, approssimativamente un quarto del suo Pil; certo, nulla a che vedere con il 150% sul prodotto interno rappresentato dai depositi ciprioti, ma la possibilità che anche la Lettonia sia meta dei magnati principalmente russi è concreta. Il paese fonda la sua economia principalmente sull’industria meccanica e non sui servizi come Cipro, rappresenta un importante centro commerciale dei paesi baltici e di sbocco per alcuni mercati europei come ad esempio il nostro, quello italiano, che nel 2012 ha esportato per 426 milioni di euro.
I dubbi su quest’ingresso nascono essenzialmente dalla netta presa di posizione della popolazione contro l’ingresso nella moneta unica, a Riga un partito contrario all’adesione ha raccolto il 58% dei voti. Le premesse, dunque, non sono delle migliori tenendo conto anche del fatto che la Commissione Europea ha subito pressato il governo lettone affinché si mantenga inflessibile nei confronti della propria politica contenitiva per mantenere l’inflazione sui livelli attuali (1,3% nei primi quattro mesi del 2013) e conservare il proprio rapporto disavanzo pubblico/Pil vicino ai valori attuali (il Governo di Rigalo è stato in grado di portarlo dall’8,1% del 2010 al 1,2%).
La Lettonia in sostanza ha i cosiddetti “parametri” a posto, al momento, riuscendo a riportarsi in linea con i parametri UE, e mantiene un discreto valore in merito ai tassi d’interesse (con una media del 3,8%); inoltre il suo debito pubblico è, insieme con quello italiano, l’unico con un alto indice di sostenibilità nel lungo periodo.
Ma allora perché entrare nell’euro?
Gli indicatori del paese sono in costante crescita, ad esempio il Pil lettone ha avuto questo tipo di tendenza:
con un lieve e fisiologico calo nel 2009-2010 per via della crisi ma poi in risalita e con prospettive di crescita; anche il Pil pro-capite è in ascesa:
mentre gli investimenti stranieri in costante aumento:
tutto questo potrebbe portare il paese ad essere protagonista dell’ennesima dimostrazione di come la politica rivolta prevalentemente all’export della Germania (e dei suoi satelliti) causi danni ad economie troppo deboli che risentono di un massiccio afflusso di capitali e di investimenti diretti rivolti primariamente al M&A (Merger and Acquisition) che noi comprendiamo piuttosto bene.
Allora per chi possono essere i vantaggi dell’ingresso della Lettonia nell’euro?
Per la sua economia o per quella della Germania?
Il tempo ci dirà ed entro il 2014, se l’euro resisterà, avremo tutte le sentenze.
Con un Pil di circa 30 miliardi di euro la Lettonia presenta alcune analogie con altri paesi della zona euro, soprattutto con Cipro.
I depositi bancari di non residenti ammontano a circa sette miliardi di euro, approssimativamente un quarto del suo Pil; certo, nulla a che vedere con il 150% sul prodotto interno rappresentato dai depositi ciprioti, ma la possibilità che anche la Lettonia sia meta dei magnati principalmente russi è concreta. Il paese fonda la sua economia principalmente sull’industria meccanica e non sui servizi come Cipro, rappresenta un importante centro commerciale dei paesi baltici e di sbocco per alcuni mercati europei come ad esempio il nostro, quello italiano, che nel 2012 ha esportato per 426 milioni di euro.
I dubbi su quest’ingresso nascono essenzialmente dalla netta presa di posizione della popolazione contro l’ingresso nella moneta unica, a Riga un partito contrario all’adesione ha raccolto il 58% dei voti. Le premesse, dunque, non sono delle migliori tenendo conto anche del fatto che la Commissione Europea ha subito pressato il governo lettone affinché si mantenga inflessibile nei confronti della propria politica contenitiva per mantenere l’inflazione sui livelli attuali (1,3% nei primi quattro mesi del 2013) e conservare il proprio rapporto disavanzo pubblico/Pil vicino ai valori attuali (il Governo di Rigalo è stato in grado di portarlo dall’8,1% del 2010 al 1,2%).
La Lettonia in sostanza ha i cosiddetti “parametri” a posto, al momento, riuscendo a riportarsi in linea con i parametri UE, e mantiene un discreto valore in merito ai tassi d’interesse (con una media del 3,8%); inoltre il suo debito pubblico è, insieme con quello italiano, l’unico con un alto indice di sostenibilità nel lungo periodo.
Ma allora perché entrare nell’euro?
Gli indicatori del paese sono in costante crescita, ad esempio il Pil lettone ha avuto questo tipo di tendenza:
con un lieve e fisiologico calo nel 2009-2010 per via della crisi ma poi in risalita e con prospettive di crescita; anche il Pil pro-capite è in ascesa:
e’ cresciuto di poco nel periodo di fragore della crisi mondiale ma è pur sempre cresciuto; allora dobbiamo cercare altrove. La svalutazione del Lat Lettone negli ultimi tre anni ha seguito l'evoluzione della crisi ed ha potuto fluttuare aggiustando gli scompensi, ma nonostante questo si sono poste le basi per l’ennesima dinamica “centro-periferia” tanto cara alla Germania, infatti la bilancia commerciale lettone è in costante deficit:
Allora per chi possono essere i vantaggi dell’ingresso della Lettonia nell’euro?
Per la sua economia o per quella della Germania?
Il tempo ci dirà ed entro il 2014, se l’euro resisterà, avremo tutte le sentenze.
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martedì 4 giugno 2013
Le previsioni di Draghi sono rivolte ai mercati
Le parole di Mario Draghi da Shangai sono un ottimo tranquillante per mercati a rischio fermento (vedi il calo della Cina e le difficoltà della borsa giapponese) ma da un punto di vista logico sono completamente prive di senso.
La ripresa da lui indicata a partire dalla seconda metà del 2013 sarà favorita dalla politica della BCE (basso costo del denaro con un altro taglio dei tassi d’interesse) e dalle esportazioni; fino ad oggi la prima iniziativa è risultata di debole efficacia in quanto il passaggio dal basso tasso all’allentamento delle restrizioni creditizie da parte degli istituti è stato debole e in alcuni casi inesistente, a causa delle sofferenze che anche in Italia cominciano ad essere un’ incognita.
La politica dell’export, invece, è sufficiente sotto l’aspetto del numero ma molto meno opportuna dal punto di vista pratico, perché agevola unicamente le economie forti che si basano su questo sistema, riducendo ancora di più la domanda interna che viene così ulteriormente soffocata (mantra della Germania).
Caso rilevante è la Francia, dove la bilancia dei pagamenti si è spostata nel giro di dieci anni da un discreto attivo a un deficit sopra il 2% del Pil; perché? Perché la Francia sta diventando la nuova frontiera tedesca, dopo aver inondato di credito e prodotti i paesi dell’Europa meridionale, aggravandone la crisi (vedi Spagna, Portogallo, Grecia), ora l’economia e l’industria tedesca si stanno spostando verso la propria frontiera; a supporto di queste affermazioni ecco il grafico che mostra l’andamento della bilancia dei pagamenti dal 2007 al 2013 (stimato):
Tutto questo sbilanciamento, come già accaduto nei “PIIGS”, racchiude un aumento del debito privato che è il vero motore della crisi economica; ne è riprova il fatto che il debito pubblico è molto aumentato negli ultimi due anni e il rapporto debito/Pil non è tanto lontano da quello italiano.
I francesi ora sperimentano la concezione tedesca di “euro” e “cooperazione” fra i vari paesi come i trattati (Lisbona) richiedono e che la Germania non ha mai voluto applicare, per ovvi motivi.
Ma il padrone dell’Europa non sta così bene, con il Pil inferiore dello 0,3% su base annua nel primo trimestre 2013 dopo aver registrato una flessione dello 0,7% nell’ultimo trimestre 2012 (sempre su base annua). Anche i paesi periferici, come Finlandia e Olanda, registrano andamenti in ribasso; a tutto questo si sommano i problemi cronici e ben noti come quello di casa nostra, di Spagna, Portogallo e Slovenia oltre che l’aggravarsi della situazione greca, con emissari della Troika in arrivo ad Atene per verificare il taglio dei dipendenti pubblici richiesto dalle organizzazioni che hanno ben vigilato sul compiersi di questa catastrofe.
A fronte di tutto questo, dove trova Draghi la fiducia per parlare di ripresa dalla seconda metà di quest’anno? Quali sono i parametri che lo portano a tale previsione? Sembra quasi commensurabile all’ottimismo (a tratti entusiasmo o “euriasmo” senza senso) dei nostri politici all’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo che sbloccherebbe (a loro dire) molti denari per le decine di riforme promesse e per tappare i buchi creati dalle tasse rimosse per ragioni elettorali (quali e quanti soldi non è dato sapere, soprattutto dopo aver inserito il pareggio di bilancio in Costituzione).
Il quotidiano “Libero” oggi in edicola apre in prima pagina con l’introduzione ad un’inchiesta sull’abbandono dell’euro e i possibili scenari, dimostrando che anche il “mainstream” di fronte alla crescente protesta, piano piano comincia a indietreggiare.
La ripresa da lui indicata a partire dalla seconda metà del 2013 sarà favorita dalla politica della BCE (basso costo del denaro con un altro taglio dei tassi d’interesse) e dalle esportazioni; fino ad oggi la prima iniziativa è risultata di debole efficacia in quanto il passaggio dal basso tasso all’allentamento delle restrizioni creditizie da parte degli istituti è stato debole e in alcuni casi inesistente, a causa delle sofferenze che anche in Italia cominciano ad essere un’ incognita.
La politica dell’export, invece, è sufficiente sotto l’aspetto del numero ma molto meno opportuna dal punto di vista pratico, perché agevola unicamente le economie forti che si basano su questo sistema, riducendo ancora di più la domanda interna che viene così ulteriormente soffocata (mantra della Germania).
Caso rilevante è la Francia, dove la bilancia dei pagamenti si è spostata nel giro di dieci anni da un discreto attivo a un deficit sopra il 2% del Pil; perché? Perché la Francia sta diventando la nuova frontiera tedesca, dopo aver inondato di credito e prodotti i paesi dell’Europa meridionale, aggravandone la crisi (vedi Spagna, Portogallo, Grecia), ora l’economia e l’industria tedesca si stanno spostando verso la propria frontiera; a supporto di queste affermazioni ecco il grafico che mostra l’andamento della bilancia dei pagamenti dal 2007 al 2013 (stimato):
Tutto questo sbilanciamento, come già accaduto nei “PIIGS”, racchiude un aumento del debito privato che è il vero motore della crisi economica; ne è riprova il fatto che il debito pubblico è molto aumentato negli ultimi due anni e il rapporto debito/Pil non è tanto lontano da quello italiano.
I francesi ora sperimentano la concezione tedesca di “euro” e “cooperazione” fra i vari paesi come i trattati (Lisbona) richiedono e che la Germania non ha mai voluto applicare, per ovvi motivi.
Ma il padrone dell’Europa non sta così bene, con il Pil inferiore dello 0,3% su base annua nel primo trimestre 2013 dopo aver registrato una flessione dello 0,7% nell’ultimo trimestre 2012 (sempre su base annua). Anche i paesi periferici, come Finlandia e Olanda, registrano andamenti in ribasso; a tutto questo si sommano i problemi cronici e ben noti come quello di casa nostra, di Spagna, Portogallo e Slovenia oltre che l’aggravarsi della situazione greca, con emissari della Troika in arrivo ad Atene per verificare il taglio dei dipendenti pubblici richiesto dalle organizzazioni che hanno ben vigilato sul compiersi di questa catastrofe.
A fronte di tutto questo, dove trova Draghi la fiducia per parlare di ripresa dalla seconda metà di quest’anno? Quali sono i parametri che lo portano a tale previsione? Sembra quasi commensurabile all’ottimismo (a tratti entusiasmo o “euriasmo” senza senso) dei nostri politici all’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo che sbloccherebbe (a loro dire) molti denari per le decine di riforme promesse e per tappare i buchi creati dalle tasse rimosse per ragioni elettorali (quali e quanti soldi non è dato sapere, soprattutto dopo aver inserito il pareggio di bilancio in Costituzione).
Il quotidiano “Libero” oggi in edicola apre in prima pagina con l’introduzione ad un’inchiesta sull’abbandono dell’euro e i possibili scenari, dimostrando che anche il “mainstream” di fronte alla crescente protesta, piano piano comincia a indietreggiare.
martedì 16 aprile 2013
"Le riforme strutturali"
Chi si è preso la briga di leggere un giornale negli ultimi giorni si è potuto rendere conto che il termine "riforme strutturali" è apparso come un mantra ogni 2/3 concetti. Confindustria si riunisce e, oltre ai giusti avvertimenti sullo stato morente delle imprese italiane, auspica a gran voce che l'Italia si munisca quanto prima di un governo e poi inizi (o prosegua) le "riforme strutturali". Il Presidente della BCE Draghi, ammonendo le condizioni bancarie degli stati-canaglia, auspica le "riforme strutturali". Bene, mi son detto, cosa si cela sotto le "riforme strutturali"?.
Per rispondere a questa domanda è necessario un brevissimo excursus sulla situazione italiana attuale. A fronte di un economia che recede ci troviamo con la stretta creditizia (le banche non erogano prestiti per il legittimo timore che questi non possano essere onorati), una tassazione che ha raggiunto livelli molto alti (si stima al 52%), un mercato del lavoro fermo (aziende che chiudono, aziende che NON aprono, posti di lavoro persi) e senza un governo (ma questo potrebbe anche non essere dannoso).
L'Italia versa in una condizione più grave di quello che sembra e l'immagine che i media ci forniscono è evidentemente edulcorata per ragioni politiche e lobbistiche; la situazione è in rapido peggioramento e una via d'uscita non si vede, e allora quali sono le "riforme strutturali" che ci vorrebbero imporre?
In parte erano contenute nella famosa lettera dell'estate 2011 che imponeva di rientrare entro determinati parametri e sopratutto consigliava un cambio di rotta delle politiche interne che il governo Berlusconi non aveva intrapreso. Così la BCE commissionò il nostro paese e il Presidente della Repubblica accettò questo piccolo "colpo di stato" dando l'Italia in mano a Monti (comunque, non scordiamocelo, con il voto dei conniventi ovvero dei partiti, destra e sinistra). Monti riuscì nell'impresa di raffreddare gli attacchi speculativi nei confronti dell'Italia e l'immagine del nostro paese ritornò ad essere splendente, una credibilità finalmente riconquistata.
Ma le cose non stanno proprio così.
Monti e le riforme strutturali, dunque; ad esempio la riforma del lavoro.
In Germania, dove si vantano di avere un mercato del lavoro efficiente e moderno, esistono contratti detti "mini-job" pagati 3-4 euro all'ora, de-tassati quasi totalmente, è vero, ma privi di alcuni requisiti basilari per i quali i nostri sindacati si sono adoperati negli anni d'oro (non certo adesso) come ad esempio la retribuzione di ferie e malattie. In Germania contratti di questo tipo sono stati osteggiati dai sindacati e avversi ai lavoratori ma tant'è, se ne sono fatti una ragione e oggi più di 7 milioni di lavoratori subiscono questo contratto di lavoro.
E' questo che vorrebbero introdurre da noi?
Probabilmente si, la leva del costo del lavoro è una di quelle opzioni che in economia esiste e viene utilizzata quando altri strumenti (ad esempio la svalutazione monetaria) non possono essere utilizzati (o per ragioni inflazionistiche o perché la moneta non è sovrana come nel nostro caso). Di conseguenza si vorrebbe introdurre anche in Italia la possibilità di contrattare un lavoro a 400€ mensili senza assistenza e senza prospettiva al fine di abbassarne il costo. Le aziende hanno già iniziato un processo di "ricambio generazionale" che consiste nel licenziare in maniera più o meno ortodossa dipendenti con anzianità per sostituirli con nuovi assunti a salari decisamente più bassi; è questo quello che vogliamo? La cessione di democrazia iniziata con la moneta e proseguita negli ultimi anni con politiche di austerità esasperata continua nell'ottica di rimanere agganciati ad un'Europa al collasso dal punto di vista economico e a breve anche produttivo; vogliamo davvero continuare a girare su questa giostra?
Le riforme strutturali passano anche per altri settori, alcuni giusti come la revisione dei costi della politica, della burocrazia e della corruzione, ma anche attraverso tagli alla spesa sociale, alle strutture sanitarie, alle forze dell'ordine, alle scuole ovvero a tutti quei pilastri che sono il sostegno di uno stato funzionale dove il cittadino è assistito dallo Stato, dove il contributo in termini di tasse e balzelli serve per migliorare la vita dei cittadini, dove un'istruzione di alto livello forma persone di alto livello.
Invece i nostri tributi, più di metà di quello che percepiamo per il nostro lavoro, finisce a colmare un deficit di bilancio dello stato che deve essere riempito altrimenti non possiamo più continuare a stare dentro l'euro e ci cacciano fuori.
Bello vero?
Andrea Visconti
mercoledì 10 aprile 2013
Eurobond? Dove sono i nostri politici?
La Slovenia è in sofferenza. Il primo ministro Bratusek a Bruxelles dichiara che il suo paese non è intenzionato a chiedere aiuti, ma a giugno dovrà restituire la prima tranche da 1 miliardo di euro dei 3 che il piccolo paese di confine dovrebbe ridare entro fine anno. Anche ad un osservatore poco attento apparirà subito chiaro che, di fronte ad una asta sui propri titoli di stato che ha raggranellato poco più del 50% rispetto ai 100 milioni previsti, la Slovenia diventerà facilmente insolvente e un caso Cipro 2 (o se volete Grecia 3) è dietro l'angolo, come l'estate.
Intanto il finanziere Soros scrive un editoriale dove avverte la Germania che l'unica soluzione per uscire da questo euro-stallo è l'adozione di eurobond, ai quali la Merkel non ha mai rivolto nemmeno un pensiero. Soros sottolinea poi il fatto che dovrebbe essere la Germania, eventualmente, ad abbandonare l'euro e non l'Italia, il cui debito è così grosso che una sua ristrutturazione potrebbe essere molto difficile per non dire impossibile; Sul primo punto siamo d'accordo ma sul secondo meno.
E' chiaro che negli altri paesi e non nel nostro, salvo rare eccezioni, il tema del futuro della moneta unica è ormai entrato nei quotidiani, negli editoriali, nei dibattiti televisivi. Molti esperti e non esperti si sbilanciano in previsioni, valutazioni e proposte per affrontare nel miglior modo possibile (o nel "meno peggio" modo possibile) quello che sarà l'inevitabile.
In Italia, per contro, nessuno e dico nessuno di coloro che hanno il potere di farlo ne discutono. I nostri politici sono avvitati in una situazione che non vede sbocchi mentre il paese muore. Non sono d'accordo con chi afferma che serve un governo per porre rimedio alla crisi che ci sta devastando perchè il governo che servirebbe dovrebbe essere composto e guidato da personalità in grado di affrontare il problema della moneta unica, andare a Bruxelles e sbattere i pugni sul tavolo per ridiscutere i parametri dei trattati che ci stanno facendo retrocedere dal punti di vista economico e, di riflesso, sociale.
Ma chi c'è, ad oggi, nel panorama politico italiano con la volontà ma anche solo con l'IDEA di discutere i temi europei?
Andrea Visconti
Intanto il finanziere Soros scrive un editoriale dove avverte la Germania che l'unica soluzione per uscire da questo euro-stallo è l'adozione di eurobond, ai quali la Merkel non ha mai rivolto nemmeno un pensiero. Soros sottolinea poi il fatto che dovrebbe essere la Germania, eventualmente, ad abbandonare l'euro e non l'Italia, il cui debito è così grosso che una sua ristrutturazione potrebbe essere molto difficile per non dire impossibile; Sul primo punto siamo d'accordo ma sul secondo meno.
E' chiaro che negli altri paesi e non nel nostro, salvo rare eccezioni, il tema del futuro della moneta unica è ormai entrato nei quotidiani, negli editoriali, nei dibattiti televisivi. Molti esperti e non esperti si sbilanciano in previsioni, valutazioni e proposte per affrontare nel miglior modo possibile (o nel "meno peggio" modo possibile) quello che sarà l'inevitabile.
In Italia, per contro, nessuno e dico nessuno di coloro che hanno il potere di farlo ne discutono. I nostri politici sono avvitati in una situazione che non vede sbocchi mentre il paese muore. Non sono d'accordo con chi afferma che serve un governo per porre rimedio alla crisi che ci sta devastando perchè il governo che servirebbe dovrebbe essere composto e guidato da personalità in grado di affrontare il problema della moneta unica, andare a Bruxelles e sbattere i pugni sul tavolo per ridiscutere i parametri dei trattati che ci stanno facendo retrocedere dal punti di vista economico e, di riflesso, sociale.
Ma chi c'è, ad oggi, nel panorama politico italiano con la volontà ma anche solo con l'IDEA di discutere i temi europei?
Andrea Visconti
domenica 7 aprile 2013
Germania, Polonia e Krugman
Ieri sul Corriere trovo un articolo che racconta di come la Corte costituzionale tedesca voglia mettersi di traverso a Mario Draghi in merito al famoso "whatever it takes" dello scorso luglio. In sostanza i tedeschi vogliono porre il veto sulle Omt (Outright Monetary Transaction) ovvero la possibilità da parte della BCE di acquistare illimitatamente titoli dei paesi in difficoltà. Risulta evidente, pertanto, l'ennesimo tentativo dei tedeschi di bloccare le pur minime misure della Banca centrale di aiutare (leggi: indebitare) i paesi in difficoltà che sono sostanzialmente quelli del sud d'Europa.
E così mentre il Giappone lancia una nuova offensiva all'inflazione deliberando una massiccia svalutazione delle yen (http://www.forexinfo.it/Giappone-BoJ-annuncia-aumento-QE) da noi in Europa quello che servirebbe per cercare di rianimare un paziente praticamente morto, l'euro, subisce ogni sorta di ostruzione da parte della Germania, alla quale come sappiamo mancano ancora due anni, fino al 2015, per completare la sua opera.
Nel mentre, sul Sole24 ore, Paul Krugman si domanda cosa passi nella testa dei politici polacchi che vogliono entrare nell'euro, con un'analisi che è quasi un disperato appello o un'amichevole avvertimento. Intanto pare che in Germania il numero degli anti-euro sia cresciuto a quasi il 70% della popolazione intervistata.
Andrea Visconti
E così mentre il Giappone lancia una nuova offensiva all'inflazione deliberando una massiccia svalutazione delle yen (http://www.forexinfo.it/Giappone-BoJ-annuncia-aumento-QE) da noi in Europa quello che servirebbe per cercare di rianimare un paziente praticamente morto, l'euro, subisce ogni sorta di ostruzione da parte della Germania, alla quale come sappiamo mancano ancora due anni, fino al 2015, per completare la sua opera.
Nel mentre, sul Sole24 ore, Paul Krugman si domanda cosa passi nella testa dei politici polacchi che vogliono entrare nell'euro, con un'analisi che è quasi un disperato appello o un'amichevole avvertimento. Intanto pare che in Germania il numero degli anti-euro sia cresciuto a quasi il 70% della popolazione intervistata.
Andrea Visconti
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giovedì 4 aprile 2013
Discussioni in famiglia...
Mi è capitato nei giorni scorsi di discutere con alcuni parenti della situazione economica, in una simpatica chiacchierata metà da bar e metà seria.
Io ho portato avanti, naturalmente, la mia tesi, ovvero una Germania egemone, una moneta che blocca la crescita (impossibilità di svalutazione o comunque di un controllo sulle politiche dei singoli stati), l'austerity imposta che taglia le gambe a tutti i paesi in sofferenza, la questione Cipro, etc.
Naturalmente la più grande obiezione che mi sono sentito rispondere è stata : "si ma allora se si torna alla lira la svalutazione? quanto ci costerebbero le materie prime? ".
Vorrei condividere con voi alcune informazioni utili per chi, come è successo a me, possa trovarsi un giorno a diffondere il messaggio e debba rispondere con validi argomenti.
Il tema quindi è il seguente, cosa succederebbe se tornassimo alla moneta sovrana in riferimento alla necessaria svalutazione e andassimo a comprare beni (materie prime) all'estero?
Prendiamo ad esempio il caso del 1992, quando la lira fu pesantemente svalutata. Un svalutazione monetaria (come quella che andremmo a subire in caso di uscita dall'euro) porta ad un aumento dei prezzi delle materie prime per noi che le compreremmo e di conseguenza un aumento dei prezzi (le materie per fare prodotti costano di più e questa differenza viene poi caricata sul prezzo finale, giusto?) e l'inflazione aumenterebbe.
Bene.
Posto che un economista serio ti direbbe che non ci sono spiegazioni scientifiche del collegamento fra svalutazione e inflazione (che infatti NON ESISTE), l'Italia del 1992-1993 e mettiamoci anche il 1994 avrebbe dovuto subire un incremento di inflazione mostruoso.
Bene.
Non è andata così. Anzi.
Ecco il grafico annuo dell'inflazione in Italia nel 1992:
Io ho portato avanti, naturalmente, la mia tesi, ovvero una Germania egemone, una moneta che blocca la crescita (impossibilità di svalutazione o comunque di un controllo sulle politiche dei singoli stati), l'austerity imposta che taglia le gambe a tutti i paesi in sofferenza, la questione Cipro, etc.
Naturalmente la più grande obiezione che mi sono sentito rispondere è stata : "si ma allora se si torna alla lira la svalutazione? quanto ci costerebbero le materie prime? ".
Vorrei condividere con voi alcune informazioni utili per chi, come è successo a me, possa trovarsi un giorno a diffondere il messaggio e debba rispondere con validi argomenti.
Il tema quindi è il seguente, cosa succederebbe se tornassimo alla moneta sovrana in riferimento alla necessaria svalutazione e andassimo a comprare beni (materie prime) all'estero?
Prendiamo ad esempio il caso del 1992, quando la lira fu pesantemente svalutata. Un svalutazione monetaria (come quella che andremmo a subire in caso di uscita dall'euro) porta ad un aumento dei prezzi delle materie prime per noi che le compreremmo e di conseguenza un aumento dei prezzi (le materie per fare prodotti costano di più e questa differenza viene poi caricata sul prezzo finale, giusto?) e l'inflazione aumenterebbe.
Bene.
Posto che un economista serio ti direbbe che non ci sono spiegazioni scientifiche del collegamento fra svalutazione e inflazione (che infatti NON ESISTE), l'Italia del 1992-1993 e mettiamoci anche il 1994 avrebbe dovuto subire un incremento di inflazione mostruoso.
Bene.
Non è andata così. Anzi.
Ecco il grafico annuo dell'inflazione in Italia nel 1992:
Ma come? E' scesa dal quasi 6% al quasi 4,8%? Com'è possibile?
Ma sicuramente l'anno dopo sarà cresciuta, questa benedetta inflazione...
Vediamo allora l'inflazione in Italia nel 1993:
Ma come? A fine '93 era sotto il 4,4%?? Com'è possibile? Si vede dal grafico che, ad eccezione di un rimbalzo a circa metà anno (che comunque non ha mai superato il 5%), l'inflazione è SCESA e a fine anno si assestava sul 4,3% - 4,4%.
Bene, ma sicuramente nel 1994 ha ripreso a galoppare.. NO:
Incredibile vero?
No, non lo è. non c'è alcuna correlazione fra svalutazione e inflazione, un cambio valuta con conseguente sgancio dal cambio fisso (situazione attuale con l'euro adesso e con l'ecu nel 1992) non porta ad un automatico incremento dell'inflazione.
Finiamo in gloria. A quel parente (perché sicuramente anche voi ne avete uno terrorizzato all'idea di pagare 300 volte in più un litro di benzina) potrete rispondere con questo dato (copiate e incollate i dati seguenti su un biglietto che potete comodamente tenere nel vostro portafoglio ed esibire alla bisogna):
il costo finale di un litro di carburante si compone di tre fattori:
- costo della materia prima
- accise
- IVA (quindi una tassa su una tassa ACCISE + IVA sulle accise, pazzesco)
1,90 lire (oggi corrispettivo in euro) per il finanziamento della guerra di Abissinia del 1935.
14 lire per il finanziamento della crisi di Suez del 1956.
10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963.
10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966.
10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968.
99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976.
75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980.
205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983.
22 lire per il finanziamento della missione UNMIBH in Bosnia Erzegovina del 1996.
0,020 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
0,0089 euro per il finanziamento della ricostruzione in Liguria e Toscana dopo le alluvioni.
(l'ultima voce è l'unica che potremmo accettare..)
Anche un neofita può facilmente capire che nel momento in cui svaluteremo (poniamo 25%) la nostra moneta, quindi quando torneremo alla valuta sovrana, il costo della materia prima aumenterà del 25%.
Un litro di benzina oggi costa in media 1,850€ al litro, il diesel 1,750€ al litro; se scomponiamo il prezzo troviamo che le materie prime incidono per il 35% quindi un litro di benzina al netto delle imposte costa circa 0,647€ al litro e il diesel 0,612€ al litro, dopo la svalutazione un litro di benzina costerebbe 0,809€ eil diesel 0,765€ al litro.
Vi sembra una differenza mostruosa?
Non vi sembra che lo Stato avrebbe, anche in caso di aumento incontrollato della materia prima, ampissimo spazio di manovra sulle imposte? (p.s. a luglio aumenterà al 23% l'IVA... remember)
E anche il parente è sistemato.
Andrea Visconti
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martedì 2 aprile 2013
Il piano per salvare Cipro, alcuni dettagli
Buonasera, vi ho pubblicato ieri il link al documento ufficiale che indica i punti che Cipro dovrà seguire per ottenere soldi dalla BCE (in buona sostanza, di questo si tratta). Mi permetto di indicare di seguito alcuni punti che porteranno Cipro fuori dall'euro e forse, speriamo, a ruota tutti gli altri paesi (sempre che la padrona, ovvero la Germania, non decida di farlo prima degli altri, a tal proposito: http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/9920666/Germanys-anti-euro-party-is-a-nasty-shock-for-Angela-Merkel.html).
- Congelare le pensioni del settore pubblico
- Aumentare l'età pensionabile legale di 2 anni per le varie categorie di dipendenti
- Aumentare le accise su energia, vale a dire, per i prodotti petroliferi, aumentando aliquota fiscale sui carburanti (benzina e gasolio) da EUR 0,07
- Aumentare l'aliquota IVA standard dal 17% al 18%
- Introdurre una tassa del 20% sui guadagni distribuiti ai vincitori di scommesse dalla Lotteria Nazionale per le vincite di 5.000 euro o più
- Aumentare le tasse per i servizi pubblici di almeno il 17% dei valori correnti
- Introdurre un contributo permanente del 3% sulla retribuzione pensionabile per le vedove e gli orfani di fondi da parte di funzionari dello Stato che hanno diritto alla pensione e della gratuità.
- Introdurre un contributo del 6,8% sulla retribuzione pensionabile da parte di funzionari, che hanno diritto alla pensione e della gratuità, ma non sono coperti dal regime pensionistico del governo o di qualsiasi altro piano simile
- Implementare un piano quadriennale come predisposto dalla Pubblica Amministrazione e la Direzione del Personale finalizzato alla soppressione di almeno 1.880 posti permanenti nel periodo 2013-2016
- Intraprendere una riforma del sistema fiscale per i veicoli a motore, sulla base di principi ecologici, al fine di aumentare le entrate supplementari, mediante la tassa annuale di circolazione, la quota di iscrizione e delle accise, compresi i dazi di carburanti.
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