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lunedì 8 luglio 2013

L'euro-imbroglio e la necessità di riavere i propri diritti

Il fallimento dell'euro è ormai cosa assodata.
Da qualsiasi parte si osservi non si può fare a meno di constarne il declino, inesorabilmente accentuato dallo shock finanziario che ne ha smascherati i lati oscuri. L'ingresso in quest’unione doveva portare stabilità, concorrenza e permettere allo Stato di approfittarne in termini di riduzione dal lato della spesa per interessi e di un'unione a livello di ordinamento (economica, bancaria, sociale) che sono i capisaldi affinché un'unica moneta possa esistere e prosperare.

Bene, tutto questo non c'è stato e mai ci sarà.

Il cosiddetto "dividendo dell'euro" non solo non è stato raccolto ma si è rivelato ben altra cosa, portando sul lastrico le economie che non potevano sopravvivere a un cambio rigido, che mal si sposava con le diverse realtà economiche dei singoli Stati. Il dramma che stiamo vivendo assomiglia a un’enorme suggestione, un regno delle promesse non mantenibili, un grosso limbo dove si arranca per cercare una soluzione che non esiste.
Se si analizza la condizione di alcuni paesi, quelli maggiormente colpiti dalla recessione, che appartengono alla fascia mediterranea dell'Europa ci si accorge di come la favola del centro che corteggia la periferia sia una tragica storia d'amore che uccide le economie deboli a scapito di quelle egemoni. Il meccanismo che si cela dietro all'euro è politico prima di tutto, e per questo motivo si rivela nocivo per i popoli ma molto redditizio per il potere e le lobby ad esso connesse; il tentativo di ricostruire economicamente il paese che più aveva pagato in termini politici (la Germania dopo l'annessione della parte orientale) ha finito per disintegrare il tessuto economico (e a brevissimo anche quello sociale) di coloro che si sono tuffati in questa avventura dagli esiti scontati con tanto entusiasmo, sia per convenienza che per prestigio.

Ma sarebbe riduttivo addossare tutte le colpe ai governi tedeschi perché questa è una crisi che nasce da lontano, dalla fine degli anni 70, quando le classi dirigenti hanno iniziato a farsi ammaliare dal potere e dal denaro generato dalla finanza, spingendo le economie mondiali verso un tragitto di deregolamentazione dei mercati e la libera circolazione dei capitali. Queste politiche hanno portato nel giro di pochi anni alla creazione di quel sistema che oggi dobbiamo continuare a finanziare e del quale pagheremo per chissà quanto tempo le conseguenze.
La classe dirigente italiana, poi, non si è mai sottratta all'influenza esterna, storicamente documentata da una serie impressionante di scelte che ci hanno resi schiavi di qualcuno, incessantemente.
La separazione (divorzio) fra la Banca d'Italia e il Ministero del Tesoro ne è un esempio classico. La decisione di svincolare il finanziamento delle attività dello Stato si è rivelata il punto più alto di una scellerata inclinazione a considerare i mercati più importanti dei propri cittadini, facendo lievitare il debito pubblico dal lato della spesa per interessi; i grafici lo dimostrano, l'esplosione del nostro debito pubblico è avvenuta in concomitanza con questa decisione tanto cara all'allora Governatore di Bankitalia Carlo Azelio Ciampi, uno dei "padri nobili" dell'euro, con buona pace dei socialisti e dello Stato sprecone e improduttivo.

Non ci si può più nascondere dietro alla necessità di riforme strutturali, che nessuno nega siano necessarie, ma non possono essere soggette a vincoli esterni, non devono essere imposte da organizzazioni europee o internazionali che agiscono in base a logiche puramente legate agli interessi di pochi a scapito di molti. Il Fondo Monetario Internazionale, che da poco ha ammesso l'inefficacia e gli errori commessi nella "cura" alla Grecia, vorrebbe entrare nel merito dei provvedimenti del nostro Governo, imporre la politica economica e sociale, dettare l'agenda ai nostri amministratori, come se già da soli non fossero capaci di macroscopici errori.

L'ostinazione nel considerare necessario questo vincolo sta portando l'Italia verso la fine di un baratro dove ad aspettarla c'è un altro baratro, ancora più profondo.

Riacquistare la sovranità monetaria e decisionale è fondamentale non solo per noi ma anche per gli altri paesi ridotti in stracci dal desiderio egemone tedesco e dall’assurda convinzione di poter trarre una qualche forma di profitto da questa Europa.

L'euro ha fallito sotto tutti gli aspetti, ha condotto i paesi deboli a indebitare i propri popoli per poi indebitarsi lui stesso, in una spirale recessiva senza precedenti; il meccanismo di aiuti della BCE (OMT) non è mai entrato in funzione perché i vincoli che impone sono insostenibili, economie debilitate e sull'orlo del collasso non possono permettersi le direttive europee salvo poi pagarle a caro prezzo.

La politica è l'arte del possibile, il punto di non ritorno si avrà nel momento in cui i governanti si renderanno conto che consumare la menzogna sarà più pericoloso che ammettere la sconfitta.
La condizione di un paese importante come la Francia è critica, e peggiora di mese in mese; la speranza che il forte nazionalismo transalpino possa salvare l'Europa è concreta, ma se non saranno loro a far collassare il diabolico meccanismo sarà un altro paese, uno dei tanti che procede spediti verso il loro crollo.

giovedì 4 luglio 2013

Autunno caldo, euro agli sgoccioli?

Come previsto in un post di qualche settimana fa la crisi sta portando alla deriva un numero sempre più ampio di paesi, principalmente nell’Europa meridionale.
Gli scenari politico-economici di Grecia e Portogallo (tanto per menzionare i due casi alla ribalta in questi giorni) prefigurano un’altra estate calda sui mercati finanziari.

In Portogallo si dimette il ministro delle finanze in aperta opposizione alle politiche di austerity, derivanti dalla necessità di sottostare ai dettami di BCE, FMI e UE dopo la concessione di un prestito da 78 miliardi nel 2012. L’instabilità politica, chiaramente, ha agitato i mercati che hanno portato i rendimenti sui BOT decennali oltre l’8%. La disoccupazione è al 17,5% e gli interventi nel campo sociale ed economico stanno mettendo in ginocchio il paese.

In Grecia la situazione è ancora più grave: l’ultimatum della Troika impone di fornire in brevissimo tempo le garanzie necessarie per accedere a una nuova parte di aiuti (8,1 miliardi) previsti per agosto; queste garanzie esigono ancora una volta tagli, sacrifici, dismissioni.
Il Governo di Atene dovrà accelerare sulla riforma del lavoro, strutturato su base “tedesca” (minijob) con norme che introducano una bassa retribuzione per ridurre la disoccupazione, offrendo a chi assume la possibilità di negoziare una retribuzione massima di 350 euro/mese. Oltre a questo si staglia all’orizzonte il timore di un crack scatenato dal consistente quantitativo di titoli di Stato presenti nell’istituto nazionale di previdenza e di mutuo soccorso. Questo porta a situazioni insensate, come ad esempio il pagamento della prima mensilità della pensione a un anno dal termine del periodo lavorativo. E se vogliamo aumentare l’inquietudine, possiamo ricordare che il Fondo Monetario Internazionale pochi mesi fa ha fatto pubblica ammenda, svelando come gli interventi in Grecia siano stati sbagliati e dannosi.
George Soros ha dichiarato che la Grecia non potrà mai più riprendersi, specialmente in questa situazione “euro-centrica”. E le ultime richieste lo confermano.

La situazione è destabilizzata, in Francia il movimento anti-euro comincia a nutrirsi sempre di più, la sfiducia in merito alle politiche del Presidente Hollande è sempre più forte, da questo paese potrebbe arrivare quello stimolo che porterà a una ridiscussione dei trattati prima, e allo scioglimento dell’unità monetaria poi.

In Italia, volendo sollevare per poche righe il velo pietoso che ricopre la nostra classe politica, ci si divide fra l’ennesima dimostrazione di “euriasmo” di Enrico Letta, premier con delega agli entusiasmi europei, e le parole dei ministri Saccomanni [Economia ] (si vede la luce in fondo al tunnel) e Zanonato [Sviluppo economico] (siamo al punto di non ritorno).

Ogni commento è puramente superfluo.

giovedì 13 giugno 2013

Il prezzo sociale della crisi

La considerazione europea in questi giorni è verosimilmente ai minimi storici.
La Corte Costituzionale tedesca mette sotto torchio il programma della BCE di acquisto illimitato dei titoli di Stato (OMT), operazione sapientemente architettata con l'unico scopo di rasserenare i mercati nell’estate del 2012.

La decisione sarà presa in autunno, posticipata rispetto alle elezioni tedesche, ma questo non può rassicurarci; la convinzione che tutto questo sia il preludio ad una disgregazione della moneta unica è forte, la situazione socio-economica di molti paesi raffigura un punto di non ritorno per un progetto oltremodo fallimentare per la maggior parte dei partecipanti che pagano smisurate difficoltà a riprendere una marcia perlomeno decorosa rispetto al proprio potenziale.

Questa situazione porta anche altri squilibri, forse più gravi di quelli economici, ossia quelli sociali; e non si parla solo delle troppe morti dovute all’assenza di lavoro o di prospettiva ma anche della sfiducia che prende sempre più piede nelle generazioni, attuali e future. Il senso di disorientamento e d’impotenza di fronte alla meschinità delle istituzioni, inadeguate e poco propense (anzi per nulla) a valutare ipotesi alternative per il bene dei propri cittadini rappresenta il primo scoglio da affrontare e non è certo questione di poco.

Non si vede all'orizzonte nessun rappresentante istituzionale che non sia schierato con il pensiero unico, allineato ai dettami europei e alla ricerca di compensare la mancanza di personalità con qualche sporadica concessione, che si rivela poi essere più dannosa che utile; ma il male non è solo istituzionale, la crisi che ormai serra questo paese da oltre cinque anni è un macigno che non lascia spazio all'ottimismo, al credere che un domani la situazione potrà migliorare, che il sacrificio attuale aprirà le porte ad una nuova primavera.

Non so se i militari in guerra hanno questo tipo di visione, se la cognizione che un giorno il massacro che li circonda, e a volte li coinvolge, finirà e lascerà spazio ad una ricostruzione; questo manca ora, la prospettiva, il bisogno primario della consapevolezza di un domani migliore dell'oggi. Facile scadere nella retorica, ma questo pensiero coinvolge anche chi, a conti fatti, non se la passa male.

Il rischio della sottrazione delle certezze maturate e duramente conquistate aleggia sulla testa di tutti, nessuno escluso; è tragico anche solo pensarlo, ma forse una speranza è che il fondo arrivi ad essere toccato così in fretta che la risalita inizi presto, che il muro di bugie e di convenienze cada lasciando spazio ad una nuova stagione di riequilibrio per ridare la speranza a tutti quelli che l'hanno persa.

giovedì 23 maggio 2013

Un aggravarsi della crisi è dietro l'angolo?

Se guardiamo la situazione economica globale oggi, maggio 2012, non possiamo non accorgerci di alcuni fattori che ci indicano una nuova stagione di attacchi speculativi.
Da un lato ci sono due paesi in forte, fortissima crisi, il Portogallo e la Slovenia; dall’altro c’è una condizione di mercato sul versante dei tassi d’interesse (e salvataggi connessi della BCE) simile a quello del 2009 che precedette e covò i guai dell’estate 2011.

Il nesso fra queste due possibili cause risiede nel livello di esposizione finanziaria sull’estero e il differenziale sui rendimenti dei titoli di Stato dei due paesi in oggetto.
Oltre a questo possiamo aggiungere l’enorme liquidità immessa sul mercato dalle politiche espansionistiche di quantitive easing degli USA e del Giappone.

Di elementi potenzialmente scatenanti ce ne sono molti ma andiamo per ordine; la situazione del Portogallo è similare a quella dell’Italia del 2011 con le differenze strutturali date dalla diversa natura economica e sociale dei due paesi; si trova stretto nella morsa dell’austerity, con una pressione fiscale cresciuta, tra il 2010 e il 2011, dell’1,7% (dal 31,5% al 33,2%) e con un governo guidato da Pedro Passos Coelho che agisce nella direzione indicata dall’Europa, ovvero quella del contenimento dissennato della spesa pubblica (che la Troika chiama “spreco pubblico”, ben cosciente del diverso significato delle due definizioni); per avvicinare gli obiettivi che l’Europa chiede il Primo ministro dovrà effettuare tagli per sei miliardi di euro a fronte di un prodotto interno che scende progressivamente, traducendo questa richiesta in una interruzione di spesa per i servizi primari (sanità, scuola, le abituali voci..).
Oltre a questo il suo spread, nonostante si sia man mano ridotto da dieci mesi a oggi, resta comunque molto elevato, nell’ordine di quasi 390 punti base (maggiore di circa 100 rispetto a quello italiano).

L’altro paese che desta le attenzioni dei mercati e dell’Europa è la Slovenia, il paese dell’eurozona con il rendimento più alto sui titoli di Stato decennali. L’ultima collocazione, successiva al declassamento di Moody’s a “junk” (spazzatura), è stato un successo a detta del Governo di Lubiana ma a che prezzo? 4,75% sui titoli a cinque anni e addirittura 5,85% sui decennali, prestazioni che collegate a uno spread che ha raggiunto i 451 punti base non possono non far riflettere.
Il paese ha un debito pubblico basso, di poco superiore al 50% del PIL, ma presenta sofferenze bancarie altissime a causa primariamente di sciagurate valutazioni (forse subordinate a episodi di corruzione, ancora da verificare) nell’erogazione dei prestiti.
Il problema nasce dall’elevata concentrazione di banche pubbliche che sono proprietarie di circa il 40% dei prestiti bancari erogati (addirittura due banche pubbliche, la Nova Ljublijanska Banka e la Nova Kreditna Banka Maribor hanno prestato rispettivamente il 20% e il 15% della loro disponibilità a un solo soggetto!) e che ora sono in sofferenza anche a causa delle problematicità congiunturali. Naturalmente questo ha condotto a un aiuto da parte dello Stato e un gap fra domanda (negli ultimi anni, talvolta, eccessiva) e offerta di credito che non può più essere colmato. La ricetta imposta, ovviamente, è sempre la medesima, austerità e sacrificio (per il popolo) e Cipro Style: prelievo forzoso dell’1% su tutte le buste paga, tasse sui beni immobili (l’IMU in salsa slovena), aumento dell’IVA, privatizzazione selvaggia di compagnia aerea di bandiera, aeroporto di Lubiana, banche, taglio dei salari pubblici ed eventualmente altre tasse che spingeranno nuovamente in alto la pressione fiscale dopo un trend in diminuzione negli ultimi 6-7 anni.
Il tutto condito, come abbiamo visto, da un tasso sui titoli di Stato cospicuo che gonfierà il debito pubblico forzando come sempre le politiche economiche, nella miglior tradizione euro-austera, ad ulteriori tagli nei prossimi mesi.

Questo è il quadro dei due paesi europei maggiormente esposti al momento a un possibile default o quantomeno ad un altra cura stile Grecia (e Cipro).

Osserviamo ora la situazione di casa nostra.

Lo stimolo propulsivo che le due superpotenze hanno messo in atto per incrementare lo sviluppo ed accelerare la ripresa potrebbe ripercuotersi sul nostro bilancio; il timore per un possibile “euroexit” o default da parte dell’Italia sembra (purtroppo) tramontato ma a breve potrebbe ripresentarsi per due ragioni: da una parte la costante incertezza politica, sempre in bilico nonostante il nostro Primo Ministro si sia speso in un profluvio di belle parole pro-Europa o meglio pro-Euro, e dall’altra le elezioni in Germania di settembre che potrebbero condurre il paese principale a ridiscutere non solo la sua posizione nella moneta unica ma anche quella di tutti gli altri stati.
Ecco perché l’eventuale crisi portoghese e slovena sono strettamente legate a noi, un possibile peggioramento dei due paesi con conseguente azione della BCE in aiuto potrebbe spingere i creditori netti a ricercare maggiori garanzie dall’Italia che si tramuterebbero nella “tassa” a copertura del rischio uscita (e svalutazione) e quindi in interessi sul debito più alti; in sostanza ci troviamo in mezzo al fuoco incrociato Europa-USA-Giappone: se l’estero interrompe l’acquisto di titoli italiani (sudden stop) (sotto il 40% all’apice della crisi nel 2011) i bilanci si aggravano (con conseguente ridimensione al rialzo delle imposte a fronte di una produzione in costante calo) ma se gli stessi considerano la possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro richiederanno maggiori remunerazioni a fronte del rischio.

La situazione è intrecciata e molto complessa, il rischio che gli investitori esteri ci considerino “to-big-to-fail” è notevole ma non scontato, l’attuale calma apparente potrebbe essere solo il preludio ad un ennesimo attacco che potrebbe condurci su binari anche peggiori di quelli che percorriamo adesso.

mercoledì 8 maggio 2013

Il pareggio di bilancio

Il tema che voglio esaminare oggi è intrinsecamente legato all’attualità politica italiana, alla ricerca di un riequilibrio al taglio dell’imposta sugli immobili, l’IMU, promesso dal nuovo esecutivo. Di questo abbiamo già parlato nel post precedente, oggi analizzerò il concetto di pareggio di bilancio. Questo concetto, molto criticabile, è stato perfino inserito nella Costituzione italiana.

Lo sapevate?

Nell’aprile dello scorso anno il governo Monti ha deciso di modificare l’articolo 81 assoggettando il nostro paese per il futuro a non poter più agire in termini di deficit (anche in caso di ritorno alla moneta sovrana, attenzione).

Il testo recita: ”Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte. 

Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale.”

Oltre a questo il passato governo è interceduto anche in materia di enti locali, costringendo anch’essi al rispetto del pareggio di bilancio con il risultato di escluderne ogni possibilità di debito per finanziare la propria gestione.
In sostanza si è deciso, sulle rigide convinzioni economiche europee (tedesche), di impedire al nostro Stato di spendere a deficit per dar stimolo alla domanda e contribuire a una (seppur ridottissima) ripresa. La conseguenza è manifesta anche a persone non avvezze alle questioni economiche; il nostro paese ha trovato un esecutore che, con la complicità dei partiti che ora fanno finta di opporsi all’austerity, ha deturpato il testo sovrano del nostro ordinamento attraverso la revisione di una sua parte che si rivelerà dannoso e potenzialmente letale per l’Italia.

Perché?

Perché la spesa a deficit è basilare in periodi recessivi, aiuta a ridare slancio all’economia, mette in gioco il meccanismo propulsivo dello Stato che aiuta a far convergere domanda e crescita. Il meccanismo, trasformato in legge, appare sempre più come quello della coperta, costretta dalle percentuali rigorose a lasciare sempre spoglia una parte dei concorrenti a questo gioco (di solito sempre i più deboli).
Da una parte lo Stato, costretto a rifinanziarsi attraverso l’emissione di titoli di Stato, deve metter in conto la misura d’interessi che su questi dovrà pagare, oltre alle spese ordinarie; dall’altra il cittadino che si vede privato sempre di più di servizi sostanziali (pensiamo solo ai tagli alla sanità, alla cultura e all’istruzione).

Sappiamo che la crisi non si è generata per il debito pubblico ma a causa della crescita di quello privato. La spesa pubblica italiana, in percentuale del Pil, è sempre stata sotto controllo, in media con quella degli altri paesi europei:


ovviamente tendente al rialzo dal 2008, anno dello shock Lehman, a causa della maggior incidenza della spesa pubblica e del diminuire del prodotto interno. A fronte di un debito pubblico molto alto, si può vedere in questo grafico:


la produzione italiana è sempre stata in grado di garantirne il sostanziale controllo (linea Deficit/Pil):


Le politiche economiche in atto nell’euro-zona sono distruttive, nel breve-medio periodo, e insufficienti, portate a considerare come unico impulso quello dell’abbassamento dei tassi d’interesse che, oltre a trasmettersi in un periodo di diversi mesi, porta con sé dubbi in merito alla sua reale utilità.
Il trasferimento dalle banche (in sofferenza) ai privati (ancora più in sofferenza) non avviene nella misura che la BCE si aspetterebbe e le politiche in tal senso sono demandate ai singoli stati che si trovano davanti al seguente scenario: da una parte sono state private della possibilità di agire sul piano di un rifinanziamento alternativo, delegando questo tipo di leva al controllo della moneta unica, ma dall’altra devono far si che i propri bilanci siano a pari e devono sostenere il credito tramite non si bene quali operazioni.

E’ evidente che questo tipo di politica, quella del taglio dei tassi, non solo non funziona ma non aiuta nemmeno in prospettiva, quindi per riprendere il tema iniziale di questo scritto, come pensa il Governo italiano (ma anche quello spagnolo, portoghese, greco, etc.) di poter orientare la propria politica in senso espansivo?

Il moltiplicatore ci insegna che l’equazione “togliere tassa – imporre tassa = 0” non è vera, non funziona e non funzionerà mai, i paesi coinvolti in questa lunga corsa al disastro sono costretti a questuare rinvii delle scadenze dei loro impegni che finanzieranno con altri debiti e poi con altri debiti all’infinito alla ricerca di quel pareggio di bilancio che noi italiani (più bravi e furbi) abbiamo infilato nella Costituzione per compiere i “compiti a casa”.

giovedì 2 maggio 2013

Più Europa!!

Seguire gli sviluppi politico-economici in questi giorni è molto interessante per gli spunti che entrambi i fronti presentano. Da una parte il Governo italiano preso da una quasi inspiegabile (se non in termini elettorali) spinta a porre fine a politiche di austerità (Monti, dove sei?), un profluvio d’incentivi alla spesa privata per rianimare la domanda interna; dall'altra il bollettino della Banca d'Italia che ci illustra in dettaglio la situazione del nostro paese, la BCE che taglia nuovamente i tassi d'interesse e l'accoppiata Merkel-OCSE che sembra schiaffeggiare il neo premier, Letta (quello del “più Europa”).

Andiamo con ordine.

La proposta politica in discussione è di un aggiustamento di alcune imposte e il necessario taglio ad altre sovvenzioni per spingere, almeno in modesta quantità, una qual si voglia ripresa della spesa privata (togliendo di meno il Governo punta a far dirigere i risparmi verso la spesa, stimolando la domanda).
Le cifre sono in parte note, la sospensione della rata di giugno dell'IMU comporterebbe un ammanco nelle casse dello stato di circa 4 miliardi di euro, che potrebbero diventare 8 se si cedesse alle richieste del PDL di restituire anche l'imposta sulla casa già pagata nel 2012.
8 miliardi di euro corrispondono a circa mezzo punto di Pil, il deficit con il debito pubblico, stando alle previsioni OCSE, salirà al 3,3% del Pil nel 2013 e al 3,8% nel 2014 quindi fuori dai parametri che lo vogliono non superiore al 3% (pena la procedura d’infrazione, quella dalla quale stiamo per uscire e che, a detta del governo, ci concederebbe il respiro per attuare gli sgravi). E’ evidente che lo spazio per manovre rilevanti non c’è; inoltre se si approvasse la restituzione dell’IMU già pagata lo scorso anno, uscirebbe dalle misure finanziabili l’aumento di un punto percentuale dell’IVA (1,9 miliardi), la cassa integrazione lavoro GIC in deroga (1 miliardo) e altre misure importanti (proroga precari P.A., credito d’imposta per assunzioni, rifinanziamento bonus energia e ristrutturazione, fondo PMI anti credit crunch) e discutibili (missioni militari) per un totale di 9,7 miliardi. Questo nel caso si scegliesse l’ipotesi “minima”, nel caso invece di un approccio quasi keynesiano (con rispetto parlando) il salto dell’ammanco salirebbe a 12 miliardi di euro perché sposterebbe IVA, CIG, missioni militari e bonus energia nelle misure finanziabili lasciando comunque fuori le proroghe precari della P.A., il credito d’imposta assunzioni e il fondo PMI; considerato che questa seconda opzione costerebbe in termini di Pil uno 0,8% è facile prevedere che anche questa misura non sarà facilmente attuata.
Le richieste del premier italiano nei suoi incontri europei è quella di una maggiore elasticità, di un’apertura dell’Europa nei confronti dell’Italia per agevolare queste manovre.

Alcune considerazioni.

Da un lato si richiede maggiore elasticità a un organismo che ha fatto (e continuerà a fare) del rigore il proprio mantra, cercando di tessere una trama di dialogo e discussione di alcuni paletti improrogabili, come la Germania ha tenuto a rimarcare (rigore e crescita).
Dall’altra si rischiano il sacrificio di provvedimenti urgenti in materia di lavoro e contenimento della pressione fiscale in nome di una promessa politica di un partito che rappresenta circa un terzo di coloro che si sono recati alle urne (non degli italiani). Inoltre i Comuni sono già sul piede di guerra giacché all’incirca metà del provento dell’imposta sugli immobili andrebbe a loro.
E allora? Più Europa!!

Staremo a vedere.

Notizia di oggi, la BCE taglia il tasso d’interesse (0,5%).
Di nuovo. E perché?
Per sostenere la ripresa. In che modo?

Attraverso il finanziamento ai privati (imprese incluse).
Ok.
Vediamo cosa ci dice la Banca d’Italia nel suo report (aprile 2013).

La premessa è che il margine operativo lordo medio delle aziende italiane è diminuito e insieme è sceso anche l’autofinanziamento (di conseguenza). La Banca d’Italia ci dice anche che “le condizioni finanziarie e di liquidità delle imprese sono peggiorate”. Sono aumentare le società con ritardi nei pagamenti commerciali (7,1% oltre due mesi rispetto alle scadenze concordate rispetto al 6,0% del 2012); naturalmente si sommano vari problemi, non ultimo il credito vantato nei confronti della Pubblica Amministrazione (a proposito, e lo sblocco dei crediti a che punto è ?).
Nel 2012 hanno cessato di esistere 53.000 società (+ 4.000 rispetto al 2011):


Interessante capire come e se i soldi arrivano alle imprese, la manovra della BCE è rivolta a questo, giusto? “I principali fattori di rischio per il settore delle imprese sono rappresentati dal protrarsi della fase ciclica negativa e dalle difficoltà di accesso al credito, fenomeni che tendono a rafforzarsi a vicenda.”

Il concetto è chiaro: no credito = no sopravvivenza.
Il credit crunch rischia di spazzare via migliaia di attività che non possono sopravvivere senza credito (o senza i pagamenti dello stato); ecco il grafico che ci interessa, mostra i prestiti bancari alle imprese:


“Il credito al settore privato non finanziario ha continuato a contrarsi, come risultato soprattutto del calo dei prestiti alle imprese. Vi hanno influito la riduzione della domanda, connessa con lo sfavorevole quadro congiunturale, e l’incertezza sulle prospettive di ripresa.” prosegue Bankitalia.


in questo grafico possiamo vedere l’andamento del credito al settore privato non finanziario in Italia.
Le curve, com’è evidente, vanno notevolmente al ribasso da due anni a questa parte.

Ma quanto costa il denaro al cliente finale? Se la banca “acquista denaro” allo 0,5% (ipotetico) a quanto lo “rivende”?:


ma perché, anche a fronte di un guadagno in termini percentuali di questo tipo, le banche non concedono credito? Perché la banca è cattiva? 

No, perché il suo fardello di sofferenze bancarie (l’incapacità di restituire un prestito già concesso) è troppo elevato e di conseguenza lo è anche il rischio connesso. A febbraio di quest’anno la percentuale è aumentata dell’1,1% passando da 17,5% a 18,6%; il dato complessivo delle sofferenze del sistema bancario italiano è vicino all’8%. Sempre a febbraio si è registrata una flessione dello 0,7% su base annua in riferimento ai finanziamenti. Per contro il tasso di interesse sui finanziamento erogati sui mutui è cresciuto dal 3,92% di gennaio al 3,94% di febbraio. 

Si potrebbe discutere su talune operazioni bancarie poco ortodosse ma apriremmo un altro capitolo. 

Da questa brevissima analisi si capisce come lo stimolo di una riduzione del tasso d’interesse non porti ad un miglioramento del canale creditizio e una conseguente riapertura delle linee di prestito, ancora una volta Draghi e la BCE rispondono correttamente alla domanda sbagliata. 

Andrea Visconti

martedì 9 aprile 2013

Il Portogallo in un angolo


Ci sono alcune frasi che estrapolate da una articolo o da un discorso sono davvero inquietanti. Per chi segue l'economia da professionista o da semplice appassionato (io appartengo alla seconda categoria) leggere questa frase mette i brividi: "Servono misure di rigore, subito". Sono parole pronunciate dal famigerato ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble in merito alla situazione in Portogallo dove il governo si trova di fronte alla necessità di far cassa per restare entro i maledetti parametri europei.

Evidentemente il prestito da 78 miliardi di euro che nel 2011 salvò il paese dal default non è bastato ed oggi il paese che si trova gomito a gomito sia geograficamente che economicamente con la Spagna rischia seriamente di dover incrementare ulteriormente la propria esposizione con la BCE. Il piano finanziaro del primo ministro Coehlo è stato respinto in alcuni punti dai giudici dell'Alta corte portoghese che hanno respinto quattro misure della manovra finanziaria che altrimenti sarebbe andata a colpire settori nevralgici dello Stato come la riduzione delle pensioni, i tagli ai sussidi di disoccupazione e il taglio delle 14esime per i dipendenti pubblici.

Nel fine settimana il Portogallo cercherà di rinegoziare fino a dove è possibile farlo i tempi di restituzione del prestito di due anni fa; pare chiaro anche a chi di economia non ci capisce molto che il paese è stretto in una morsa diabolica che lo porta, per "restare in piedi", a indebitarsi in continuazione. Le parole che la Commissione europea ha detto ieri sono inquietanti, sono messaggi quasi "mafiosi", quasi minacce: "Il governo di Lisbona saprà individuare rapidamente le misure necessarie per rivedere il bilancio 2013 e rispettare gli obiettivi".

Questa non è cooperazione, che dovrebbe esistere in base ai trattati europei rettificati, è semplicemente un controllo sovranazionale, un meccanismo che sempre di più mostra anche agli occhi più scettici il percorso intrapreso, la cessione di sovranità nazionale che passa da monetaria a politica (e l'Italia lo sa bene).

Il passo compiuto dalla Corte costituzionale portoghese può essere comunque letto come un piccolo messaggio di speranza, una piccola dimostrazione di cos'è ancora la democrazia, valore sempre più a rischio in questa tragica Europa che ci è stata imposta.

Andrea Visconti

lunedì 8 aprile 2013

Il monito inglese


Il primo ministro inglese David Cameron ha rilasciato ad una serie di quotidiani (in Italia al Sole24 ore) un'interessantissima intervista dove, fra le righe traspare un principio di sentimento anti-europeo che il premier, giustamente, minimizza ma che è presente.

Parla ad esempio di una revisione dei trattati (come quello di Lisbona), della necessità di avere gli elementi tipici della moneta comune (teoria delle aree valutarie ottimali) se questa si adotta, dice che nel Regno Unito hanno la stessa moneta e gli strumenti necessari per "raddrizzare" gli squilibri (ma pensa..) e conclude con "l'Europa ha più successo se si reggerà sulla forza della flessibilità invece che sulla debolezza dell'inflessibilità".

E' evidente come Cameron stia avvertendo l'europa di fronte ad una situazione che a chi non ha l'euro come moneta appare evidente, ovvero la crisi del sistema-moneta-unica e l'impossibilità in futuro di sostenere una crisi (principalmente di debito privato e bancario) che miete vittime ad ogni semestre, dalla Grecia a Cipro fino alla Slovenia (e alla Francia). Le conclusioni di queste affermazioni dovrebbero essere tenute in considerazione sia dalla BCE che dagli altri primi ministri della zona euro (avviso alla Polonia), questa austerità non porterà che ad un continuo prolungarsi della debolezza dei paesi meno forti, come noi Italia o la Spagna o quelli che nel baratro ci sono già finiti.
Il Regno Unito non versa in condizioni ottimali ma nemmeno lontanamente vicine ad un miglioramento come ci si aspetta per noi:


La domanda è: perché in Italia il dibattito su questo tema non può essere aperto se non in contesti quasi "carbonari"?

Andrea Visconti

martedì 2 aprile 2013

Il piano per salvare Cipro, alcuni dettagli

Buonasera, vi ho pubblicato ieri il link al documento ufficiale che indica i punti che Cipro dovrà seguire per ottenere soldi dalla BCE (in buona sostanza, di questo si tratta). Mi permetto di indicare di seguito alcuni punti che porteranno Cipro fuori dall'euro e forse, speriamo, a ruota tutti gli altri paesi (sempre che la padrona, ovvero la Germania, non decida di farlo prima degli altri, a tal proposito: http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/9920666/Germanys-anti-euro-party-is-a-nasty-shock-for-Angela-Merkel.html).

  • Congelare le pensioni del settore pubblico
  • Aumentare l'età pensionabile legale di 2 anni per le varie categorie di dipendenti
  • Aumentare le accise su energia, vale a dire, per i prodotti petroliferi, aumentando aliquota fiscale sui carburanti (benzina e gasolio) da EUR 0,07 
  • Aumentare l'aliquota IVA standard dal 17% al 18%
  • Introdurre una tassa del 20% sui guadagni distribuiti ai vincitori di scommesse dalla Lotteria Nazionale per le vincite di 5.000 euro o più 
  • Aumentare le tasse per i servizi pubblici di almeno il 17% dei valori correnti 
  • Introdurre un contributo permanente del 3% sulla retribuzione pensionabile per le vedove e gli orfani di fondi da parte di funzionari dello Stato che hanno diritto alla pensione e della gratuità. 
  • Introdurre un contributo del 6,8% sulla retribuzione pensionabile da parte di funzionari, che hanno diritto alla pensione e della gratuità, ma non sono coperti dal regime pensionistico del governo o di qualsiasi altro piano simile
  • Implementare un piano quadriennale come predisposto dalla Pubblica Amministrazione e la Direzione del Personale finalizzato alla soppressione di almeno 1.880 posti permanenti nel periodo 2013-2016
  • Intraprendere una riforma del sistema fiscale per i veicoli a motore, sulla base di principi ecologici, al fine di aumentare le entrate supplementari, mediante la tassa annuale di circolazione, la quota di iscrizione e delle accise, compresi i dazi di carburanti.