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martedì 23 luglio 2013

Il filo rosso che unisce Detroit con Atene

Il default dichiarato dalla città di Detroit (18 miliardi di dollari) è l’ennesima figurazione dei danni provocati dalla finanza “deregolamentata” (correa la politica), la stessa che ha causato il crack 2007-2008 e che ha contribuito a smascherare la vera natura dell’euro e di questa Europa, mettendo in ginocchio l’economia europea.

La libertà di circolazione dei capitali, sotto forma di prestiti indiscriminati, ha spinto i paesi (o le città, come nel caso di Detroit) e i loro governanti a prostrarsi di fronte agli afflussi di denaro prima e merci poi, salvo poi dover rendere conto quando la situazione è diventata insostenibile.

Non si tratta di etica, i mercati operano anche in base ai vincoli imposti o, per contro, alle libertà di cui usufruiscono; il capitalismo si fonda sul debito, questo è universalmente accettato, ma quando diventa danno perché in se nutre il secondo fine (che può essere il mero profitto come il controllo di altri paesi) ecco che rivela il suo pericolo ed ecco che le istituzioni dovrebbero (devono) intervenire.

Non è accettabile che uno stato come la Grecia sia relegato a paese di terza fascia perché gli viene sollecitato di onorare un debito sconsiderato (colpa del debitore) offerto da un paese approfittatore (colpa del creditore).
I parametri dell’Unione Europea sono ormai insostenibili per la maggior parte dei paesi che hanno adottato la moneta unica, il rapporto deficit/PIL è in costante aumento perché l’economia non riparte e si soffocano investimenti e futuro nel nome di un meccanismo che ormai ha mostrato il suo lato oscuro e porterà solo a un ulteriore ampliamento dei danni; il primo passo da fare, per l’Italia e gli altri paesi periferici alla Germania, è quello di ridiscutere i trattati, rivedere le proprie posizioni, riavvicinarsi alla possibilità di riacquistare quella sovranità che è stata svenduta a poco prezzo, per qualche spicciolo di euro.

Il futuro dell’Europa e della sua stabilità sociale dipenderà solo ed esclusivamente dalla capacità che avranno i partiti di maggioranza nei vari stati di riportare il proprio paese al centro del dibattito, riportare l’Europa a una dimensione di collaborazione internazionale e scambio commerciale ma che rispetta l’identità e le Costituzioni dei suoi membri, e non le fa a pezzi ponendosi come faro guida ed entità sovranazionale per inseguire il sogno di profitto tedesco.

giovedì 11 luglio 2013

Italia stremata ed Europa in fiamme

Negli ultimi giorni si sono acuiti i segnali di un inequivocabile peggioramento economico e politico nella zona euro. I paesi maggiormente esposti al rischio speculazione hanno visto aggravare la propria posizione sia per l’incessante avanzata della crisi sia per una manifesta incapacità politica, condita da scandali e defezioni.

Le notizie che arrivano dall’Europa meridionale, come avevamo anticipato, ci raccontano l’assoluta instabilità dei governi, per scandali in procinto di esplodere (Spagna) o per esecutivi sull’orlo di una crisi di nervi (Portogallo e Grecia). La situazione è molto difficile in particolar modo nel paese ellenico, già formalmente fallito da tempo, che a fronte della richiesta di aiuti aggiuntivi si è vista sbattersi in faccia un elenco di ulteriori tagli e manovre atte a soddisfare i pruriti dell’austerità della Troika; stessa sorte per il Portogallo, con il tasso di interesse sui titoli di Stato cresciuto fino all’8%, e un governo che cerca disperatamente di trovare la forza per resistere, schiacciato da quella parte politica che, forse, si sta rendendo conto della macelleria che si è fatta negli ultimi anni.

L’Italia è stata retrocessa, come outlook, a BBB, ad un passo dalla spazzatura. Le ingerenze dei giorni scorsi in merito ai provvedimenti che il governo dovrebbe prendere hanno inevitabilmente pesato su questa decisione, visibilmente sospetta nel tempismo con cui è arrivata; il vincolo esterno, ancora una volta, domina un paese che avrebbe urgenza di ben altro (ad esempio una moneta “tagliata” sulla propria economia e una classe politica almeno dignitosa).

In Francia la situazione precipita speditamente, il Fronte Nazionale aumenta la sua popolarità e i potenziali elettori, la recessione che ha colpito il paese transalpino sta mettendo in serio pericolo la stabilità dell’euro e ne vedremo le conseguenze nei prossimi mesi. Il Presidente Hollande si trova con le spalle al muro, stretto tra la necessità di salvare l’apparenza nel finto asse franco-tedesco e la necessità di attendere l’esito delle elezioni in Germania di fine settembre per capire chi sarà l’interlocutore con cui trattare il futuro.

La necessità di una nuova manovra correttiva, per l’Italia, è uno spettro che giorno dopo giorno di materializza. La tenuta del debole governo è aggrappata a un filo sottile che potrebbe a breve spezzarsi se la condanna di Silvio Berlusconi divenisse definitiva. A quel punto il caos regnerebbe sovrano, ma la cosa potrebbe anche non essere negativa per noi, sotto molteplici aspetti. La situazione politica è fortemente orientata dalle decisioni del Presidente della Repubblica che a sua volta manifesta segni di affaticamento, forse si è reso conto di aver costruito un mostro a due teste che, sebbene abbiano comprovato di coesistere benissimo (e non da oggi), si è dimostrato ancora una volta incapace di affrontare i problemi reali e di discutere del vero e grande ostacolo alla ripresa, ovvero l’euro e i trattati europei che ci stanno distruggendo.

Le prospettive di crescita (0,5% nel 2014) sono talmente bizzarre e fraudolente che ormai nessuno ci crede più, tanto meno gli investitori che infatti monitorano costantemente l’evoluzione della crisi per approfittarne nel momento in cui la realtà (ovvero il precipitare del rapporto deficit/PIL) verrà a chiedere il conto.

La realtà è che con tale classe politica spaventa perfino l’eurexit. Non si tratta semplicemente di abbandonare una moneta per introdurne un’altra, si tratta di determinare una serie di accorgimenti per far si che il panico non furoreggi, che la società risenta il meno possibile dello shock, che l’inevitabile periodo transitivo che si porterà dietro la svalutazione della nuova moneta possa essere ammortizzato attraverso provvedimenti economici che ne favoriscano l’assunzione dei benefici e ne controllino gli effetti negativi.

Tutto questo a chi lo affidereste? Io un nome non sono in grado di farlo.

giovedì 4 luglio 2013

Autunno caldo, euro agli sgoccioli?

Come previsto in un post di qualche settimana fa la crisi sta portando alla deriva un numero sempre più ampio di paesi, principalmente nell’Europa meridionale.
Gli scenari politico-economici di Grecia e Portogallo (tanto per menzionare i due casi alla ribalta in questi giorni) prefigurano un’altra estate calda sui mercati finanziari.

In Portogallo si dimette il ministro delle finanze in aperta opposizione alle politiche di austerity, derivanti dalla necessità di sottostare ai dettami di BCE, FMI e UE dopo la concessione di un prestito da 78 miliardi nel 2012. L’instabilità politica, chiaramente, ha agitato i mercati che hanno portato i rendimenti sui BOT decennali oltre l’8%. La disoccupazione è al 17,5% e gli interventi nel campo sociale ed economico stanno mettendo in ginocchio il paese.

In Grecia la situazione è ancora più grave: l’ultimatum della Troika impone di fornire in brevissimo tempo le garanzie necessarie per accedere a una nuova parte di aiuti (8,1 miliardi) previsti per agosto; queste garanzie esigono ancora una volta tagli, sacrifici, dismissioni.
Il Governo di Atene dovrà accelerare sulla riforma del lavoro, strutturato su base “tedesca” (minijob) con norme che introducano una bassa retribuzione per ridurre la disoccupazione, offrendo a chi assume la possibilità di negoziare una retribuzione massima di 350 euro/mese. Oltre a questo si staglia all’orizzonte il timore di un crack scatenato dal consistente quantitativo di titoli di Stato presenti nell’istituto nazionale di previdenza e di mutuo soccorso. Questo porta a situazioni insensate, come ad esempio il pagamento della prima mensilità della pensione a un anno dal termine del periodo lavorativo. E se vogliamo aumentare l’inquietudine, possiamo ricordare che il Fondo Monetario Internazionale pochi mesi fa ha fatto pubblica ammenda, svelando come gli interventi in Grecia siano stati sbagliati e dannosi.
George Soros ha dichiarato che la Grecia non potrà mai più riprendersi, specialmente in questa situazione “euro-centrica”. E le ultime richieste lo confermano.

La situazione è destabilizzata, in Francia il movimento anti-euro comincia a nutrirsi sempre di più, la sfiducia in merito alle politiche del Presidente Hollande è sempre più forte, da questo paese potrebbe arrivare quello stimolo che porterà a una ridiscussione dei trattati prima, e allo scioglimento dell’unità monetaria poi.

In Italia, volendo sollevare per poche righe il velo pietoso che ricopre la nostra classe politica, ci si divide fra l’ennesima dimostrazione di “euriasmo” di Enrico Letta, premier con delega agli entusiasmi europei, e le parole dei ministri Saccomanni [Economia ] (si vede la luce in fondo al tunnel) e Zanonato [Sviluppo economico] (siamo al punto di non ritorno).

Ogni commento è puramente superfluo.